Il digital divide con cui dobbiamo necessariamente fare i conti in Italia non riguarda solo le strutture tecnologiche o le competenze, ma anche il mancato utilizzo delle risorse a disposizione.

 

Prima di proseguire con il tema specifico dell’articolo, vorrei approfondire il concetto di Digital Divide con la definizione che troviamo in Wikipedia:

Il digital divide o divario digitale è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. I motivi di esclusione comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica. Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione. Il divario può essere inteso sia rispetto a un singolo paese sia a livello globale“. E il mondo culturale e politico mondiale comincia a parlarne agli inizi degli anni novanta, con la comparsa dei primi dati riguardanti l’utilizzo di personal computer da parte di diverse etnie.

Il sostantivo divario, quindi, si adatta perfettamente a questa definizione, in quanto indaga essenzialmente aspetti economici e/o educativi, quindi tangibili.

C’è, però, anche un’altra realtà che sempre più spesso incontriamo nel nostro lavoro. Una nuova dimensione del divario, che richiede una nuova definizione. Mi riferisco a realtà, situazioni, persone che hanno in essere le disponibilità economiche, culturali e materiali per vivere le infinite possibilità che oggi il digitale ci mette a disposizione, ma che decidono, più o meno consapevolmente, di starne lontani. Sono questi i casi in cui io utilizzo il concetto di distanza, in sostituzione a quella di divario, nella sua accezione matematica: ovvero la misura della lontananza tra due punti.

 

Digital divide: amici vicini e lontani

digital-dividePur vivendo un’epoca che riserva un ruolo privilegiato all’innovazione tecnologica, hard e soft, l’approccio da parte di molte persone verso questo mondo presenta ancora svariati limiti. Da una parte la scarsa conoscenza dei mezzi che il mondo digitale ci mette a disposizione (Google, Social Network, SEO, E-commerce, etc etc), dall’altra una resistenza diffusa ad utilizzarli al massimo delle loro possibilità, sebbene la maggior parte di loro sia gratuita e possa costituire un concreto vantaggio competitivo.

Un problema per il mondo professionale e culturale che diviene, di fatto, una rinuncia a quegli strumenti che possono essere di grande aiuto in questo momento di crisi economica. Mentre un secondo fronte è costituito dalle nuove generazioni, palesemente a loro agio nell’utilizzare ogni innovazione che il mondo Digitale propone, pur ignorandone tutti gli aspetti progettuali e realizzativi, e quindi non riuscendo a trasformarli in una possibilità per costruire, ad esempio, futuri scenari lavorativi.

Una panorama, quello che ci troviamo di fronte, costituito da territori vasti fino a perdita d’occhio in attesa di essere conquistati, ma nella realtà limitato da un timore diffuso verso la sua conoscenza, nonostante si tratti di un ambiente in cui viviamo quotidianamente e che abbiamo eletto come parte importante di una delle dimensioni umane più importanti, quella delle relazioni.

Qual è quindi il vero problema?

La tecnologia può essere utilizzata in due modi: come strumento o come mezzo. Non da oggi, da sempre.
avere-obiettiviCristoforo Colombo usò tre caravelle per raggiungere l’America, le usò come mezzo per traguardare i suoi obiettivi. Il suo sguardo era rivolto ben più lontano di quello che serve per usare una caravella. Il suo sguardo andava oltre l’orizzonte.
Lo stesso vale per ciò che possiamo considerare come i mezzi che oggi abbiamo a disposizione. Decisamente diversi dalle navi, devono essere vissuti allo stesso modo: come mezzi per traguardare i nostri obiettivi. Quindi la risposta alla domanda in alto è: non porsi obiettivi.

Due esperienze in particolare mi hanno permesso di entrare in contatto con un tipo di approccio alla tecnologia che definirei virtuoso: Francesco e Federico, con i loro due siti Caretail e Torreluna.

Seppure in modo diverso, il lavoro fatto è il risultato di una caratteristica che hanno in comune: entrambi erano certi di voler realizzare qualcosa di bello e di nuovo, entrambi con degli obiettivi che andavano ovviamente oltre le mie competenze, ma allo stesso tempo consapevoli di aver bisogno delle loro caravelle per scoprire il “nuovo mondo”. Le ho costruite per loro e con loro, intuendo che il loro sguardo era capace di vedere oltre l’orizzonte, oltre le Colonne d’Ercole.
Tutto il percorso è stato come un lungo dialogo silenzioso tra il loro mondo e il mio, senza mai sentire il bisogno di essere l’altro, mantenendo ognuno la propria identità professionale e quindi la propria differenza.

Oggi il web è una risorsa distribuita in modo capillare e gratuito in tutto il pianeta, ma soprattutto è un mezzo per realizzare i nostri obiettivi. Non resta che farci carico di trovarne… a volte è sufficiente alzare solo un po’ lo sguardo.

 

8 Risposte

  1. Federico Vagni

    Grazie Paola della citazione. Quanto scrivi riporta alla radice di ogni riflessione su qualsiasi strumento, ovvero “cosa ne vuoi fare?”. Io penso che spesso gli obiettivi che ci poniamo sono fin troppo “ragionevoli”, e che puntare alla luna, oggi, non è poi così folle. Sulla luna ci possiamo arrivare eccome. Allora forse ci accorgiamo che ci poniamo obiettivi contenuti e che desideriamo poco non per la paura di essere delusi, ma piuttosto per quella che poi le cose si realizzino davvero. Il mondo digitale ci dà possibilità infinite, ma prima di tutto ciascuno deve saper scommettere su di sé. E se non si è ancora stati capaci di farlo, si può imparare anche questo.

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    • Paola Cinti

      Hai ragione da vendere. Pur essendo sacerdotessa del tempio della tecnologia, detesto che venga considerata il fine, il nuovo Dio, il centro del mondo.
      Responsabilità sicuramente del suo approccio invadente nella vita di tutti noi, ma anche della mancanza di visioni più ampie, che spesso vengono “nascoste” dietro la passione o avversione per essa.
      Anche il mio lavoro viene quindi ridotto alla produzione di un tot di chili di codice, inutili per entrambi.

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  2. Roberto Rizzardi

    Tralasciando i “diffidenti digitali”, una branca precisa dell’ideologia dietrologica, direi che il tipo di divario cui ti riferisci è forse il più infido poiché il suo superamento non dipende da una condizione oggettiva, evidente e quantificabile, ma da una predisposizione d’animo. Molto difficile trovare al proprio interno la giusta motivazione per trascendere i propri limiti. Solo l’ambiente può “trainare” certi soggetti, la constatazione che si è rimasti indietro e l’acquisita consapevolezza (non scontata peraltro) che ci si sta perdendo qualcosa. Ma allora si arriva con la folla al seguito e subendo l’ambiente che gli esploratori con la loro visione “sconsiderata” hanno saputo creare.

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    • Paola Cinti

      La mia esperienza mi porta a dire che non è diffidenza verso lo strumento, ma una forma di cecità o resistenza ad accettare che il mondo cambia e che gli obiettivi possono essere altrettanto sfidanti di quelli di Cristoforo Colombo, Gioardano Bruno, Martin Luther King ma che i mezzi sono diversi e ignorarli è soprattutto autolesionistico.

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  3. Gianfranco Personè

    Il mondo cambia, ma l’approccio che ha l’uomo per il “nuovo” è vecchio. 😉

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  4. Francesco

    Grazie Paola per la citazione e per il parallelo.
    Siamo partiti senza sapere bene come sarebbe stato. Addirittura senza sapere che avremmo costruito Caretail. Entrambi con una grande voglia di osare e di arrivare costruendo giorno dopo giorno la nuova soluzione. Quello che sapevamo era che uno strumento potentissimo poteva darci molto e che ci avrebbe sollecitato a provare e trovare nuove soluzioni. Siamo figli di un mondo che ci ha abituato a pensare in modo lineare. Oggi abbiamo la difficoltà di dover gestire strumenti che ci permettono di accorciare le distanze, sollecitare emozioni, di vivere in maniera dinamica, ma che non sono e non saranno mai la soluzione.

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