L’ultimo lemma che abbiamo affrontato, il rigore, quando evocato, normalmente cala su di noi come un manto pesante. Il valore che gli si attribuisce è indiscutibile, ma la sua pratica è legata a promesse di fatica e rinunce, non sempre e necessariamente connesse a compensazioni gioiose. Questa perlomeno è la lettura che viene propalata, non certo disinteressatamente, da chi ne è disturbato, ma il rigore più efficace non è quello sostenuto da spasmodica volontà, bensì quello implicito e conseguente ad una serena consonanza coi propri valori e con il proprio modo di essere, quello che si vive in virtù di una conseguita leggerezza d’animo, fatta di intima comprensione e di serena accettazione dei propri limiti.

 

Leggerezza (sost. femm.)

  • l’essere leggero: la leggerezza di una foglia, di una piuma, di un cibo | agilità, sveltezza: leggerezza di passo, di movimenti | delicatezza, morbidezza: leggerezza di tocco, di mano
  • mancanza di serietà, di costanza, di riflessione; superficialità: agire, comportarsi con leggerezza; affrontare la vita con leggerezza | errore dovuto a superficialità: commettere una leggerezza
  • capacità di vivere e accettare con serenità e con equilibrio situazioni e avvenimenti, senza drammatizzarli o senza cercarvi significati profondi e reconditi: con leggerezza / raccontami ogni cosa / anche la tua tristezza (Cavalli).

Ho molto faticato per trovare un vocabolario che, tra le definizioni di leggerezza, riportasse anche quella relativa alla capacità di affrontare con equilibrio situazioni e avvenimenti.
Quasi tutti, oltre allo scontato riferimento ad implicazioni di lievità fisica, indugiano assai sulla connotazione di leggerezza quale fattore frivolo, poco serio e inaffidabile, proprio di un’umanità edonistica e superficiale.

 

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.
(Italo Calvino)

Curioso. Si carica il rigore di scoraggiante fatica di vivere, ma nel contempo lo si contrappone proditoriamente alla leggerezza, spacciata erroneamente come suo contrario, lasciandoci in un interregno non definitivo ma dalla promettente fungibilità, rivitalizzando la dimensione, che abbiamo già affrontato, di relativismo privo di ancoraggi.
La leggerezza non è un concetto facilmente manipolabile dalla nostra cultura che pone l’essere umano quale osservatore esterno di se stesso e della natura circostante, mentre la cultura orientale, con un approccio più olistico, lo inserisce all’interno di un processo universale, postulando la parzialità dei suoi strumenti d’indagine, tanto da renderli, alla fine, vani e inefficaci.

L’approccio orientale è particolarmente adatto alla valorizzazione del concetto di leggerezza, ma al contempo ne postula la non definibilità, ponendone la comprensione in una dimensione esperienziale non descrivibile.

Il conseguimento della leggerezza è il frutto di una inclinazione verso la vita fatta di ascolto e di serena accettazione di ciò che non può essere cambiato, corroborata dalla comprensione della “retta” disposizione verso le cose.

In questo senso la sintonia con se stessi e con la virtù – intesa non nel senso morale proprio della cultura occidentale, ma quale riconoscimento di un naturale respiro cosmico – costituisce la materia essenziale della leggerezza e lo strumento grazie al quale si fa ciò che è giusto senza pena e senza rinunce per la semplice ed efficacissima ragione che farlo è nel solco del naturale fluire delle cose e degli eventi.

Il duca Jing di Qi interrogò Confucio sull’arte del governo. Confucio disse “Che il sovrano agisca da sovrano, il ministro da ministro, il padre da padre e il figlio da figlio.
Giusto! Esclamò il duca. In verità se il sovrano non governasse, se il ministro non svolgesse le funzioni di ministro, se il padre non agisse da padre e il figlio non agisse da figlio, quand’anche vi fosse cibo in abbondanza, riuscirei forse a mangiare?”

Margherita Sportelli, sinologa laureatasi in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Venezia è docente di Lingua e Cultura Cinese e nel sintetico, ma denso, saggio intitolato “IL NON AGIRE” La filosofia cinese di wu wei si cimenta nel difficile tentativo di illustrare ciò “che non può essere spiegato” al fine di stabilire quei canali di coscienza e comprensione di cui si sente così acutamente la necessità.

Wu wei significa letteralmente “non agire”, ma questa non è una filosofia dell’inazione: ogni civiltà ha la sua utopia, quella della civiltà cinese è stata da almeno tre millenni “l’insegnamento senza parola, l’attuazione senza atto volontario”.

Calvino descrive la leggerezza con afflato poetico, mentre il taoismo lo esprime spiritualmente, ma le implicazioni che ne conseguono sono assolutamente sovrapponibili.

Abbiamo percorso già un bel pezzo di strada. Quale potrebbe essere dunque la prossima parola, quale è il ciottolo sul quale saltellare per attraversare il fiume e compiere il prossimo passo?   La leggerezza diventa una reale possibilità solo se si verifica un indispensabile prerequisito, mi riferisco all’armonia.

 

5 Risposte

  1. Paola Cinti

    “Bisogna essere leggeri come un uccello e non come una piuma”, sosteneva lo scrittore e poeta francese Paul Valéry.
    Ecco cosa mi ha ricordato il tuo articolo dopo averlo letto. Un’idea di leggerezza non eterodiretta come quella della piuma, che sembra più vicina alle prime due definizioni, ma come quella dell’uccello che mantiene decisione del proprio percorso.
    In linea generale, questo tuo progetto, sta ponendo un accento forte sull’ambiguità del significato delle parole, che si affidano al senso (forse un sesto senso?) per essere interpretate nel giusto modo.

    Rispondi
    • Roberto Rizzardi

      Concordo con te su tutti e due gli aspetti che sottolinei. La leggerezza che non proviene dal tuo disporti ad esercitarla non è quella di cui parlo in questo scritto, e che inseguo da tutta una vita, con molte distrazioni e diversioni, e senza riuscire ad arrivarci vicino quanto vorrei.
      Ed è vero che il taglio che emerge da tutte le mie argomentazioni non è mai molto lontano dal concetto di ambiguità del messaggio, ma è perché io amo la potenza che anima le parole, ma penso che, come il fuoco, vadano maneggiate con attenzione, traendone calore e dissipando le ombre ed evitando di scottarsi o di accentuare i contrasti.

      Rispondi
  2. Gianfranco Personé

    “La leggerezza risiede nella natura stessa dei cavalli, nel loro modo di porsi e di comunicare; è la loro base comunicativa ed evolutiva.
    Non dobbiamo cercarla, è già lì. Comprenderla, questo sì, imparare a praticarla e viverla nel nostro quotidiano rapporto con loro. Questo serve.
    La leggerezza in equitazione è l’unico strumento che il cavaliere deve possedere per renderla bella, armonica, piacevole da vedere e soprattutto da praticare, affinché possa essere il più vicino possibile ad un’espressione artistica. Può sembrare qualcosa di delicato, un tenero germoglio da coltivare con cura, ma è più forte di quanto appare, in quanto possiede solide radici che affondano nell’essenza stessa dei cavalli.
    Loro saranno sempre pronti alla leggerezza, in ogni sua forma. Ma noi lo saremo?”

    F.E.E.L – Formazione Etologia Equitazione in Leggerezza

    Rispondi
    • Roberto Rizzardi

      Non sono un cavaliere, ma so che chi lavora solo di speroni e frusta fa una gran fatica per avere meno di quanto potrebbe ottenere dalla collaborazione.
      Questo avviene perché vi è “assenza della retta comprensione”, secondo la dizione taoista, e la leggerezza viene soverchiata dalla grevità della prepotenza.

      Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata