Chiunque frequenti il web e in particolare gli abitanti di quel grande continente che è oggi facebook, sa che la linfa vitale che lo anima sono i contenuti: idee, immagini, pensieri… The content is king è la parola d’ordine.

 

Detta così acquieta coloro che diffondono contenuti, così come quelli che li creano… i primi più numerosi e attivi dei secondi, come il social networking richiede.
L’assetto assolutamente democratico del web 2.0 e una buona dose di proposizione attiva (da alcuni definita narcisistica) affolla il web e si evidenzia chiaramente nelle bacheche di facebook.
Quello che sta accadendo a mio avviso è che la grande quantità di contenuti sta inflazionando l’intenzione dichiarata con la proposizione “the content is king”… il cui significato darebbe ad ogni nostra pubblicazione un valore “rilevante”.

testa di un leone di profiloDa qui il titolo di questo post “The King is Content“. Ovvero la ricerca di un valore profondo in ciò che pubblichiamo, condividiamo e dichiariamo “piacevole”… una domanda sul senso di ogni nostro pensiero e conseguente azione. Un modo per sgombrare dalla vista e dalla vita tutto ciò che è inutile se non dannoso alla qualità… una ricerca che viene da una proposizione attiva di studio o di creatività che diventi veramente patrimonio nostro di espressione e stimolo profondo per chi ci legge.

Ora che i blog, le bacheche e il web sono ormai conquistati, dobbiamo attivarci nella costruzione di opere di senso evitando di lasciarci trascinare in piani di urbanistica selvaggia…

Less is more…

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7 Risposte

  1. Roberto Rizzardi

    Sempre puntuale eh? Sei quasi inquietante.
    Eh si, ci siamo impadroniti del mezzo, ora bisogna curare la manutenzione, sforzarci di non replicare il presenzialismo, becero e cafone, dei realities e della comunicazione, vuota e autoreferenziale, dei “15 minutes of fame” preconizzati da Warhol.
    Sarà difficile perché il paradigma sociale ed antropologico del paese lavora contro (non che altri paesi ne siano immuni) e perché, in un contesto che ti vorrebbe sempiterno “utile idiota”, la pulsione a comunicare diventa irrefrenabile se te ne vengono dati i mezzi e lo puoi fare in un contesto protetto (chi ha avuto occasione di parlare in pubblico conosce il “costo” emozionale dello speeching).
    Che dire? Forse è meglio il fracasso di troppe esternazioni, magari superficiali ed incaute, a certi terrificanti silenzi. Forse, ma che fatica!
    A mio modestissimo avviso uno dei problemi risiede nel fatto che chi esterna, a volte, non è minimamente interessato alle risposte; si piace o vuoòe svuotarsi del veleno o elargire perle di saggezza, e tanto basta, mentre il valore aggiunto del WEB, ritengo, risiede nelle possibilità di confronto.

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    • Paola Cinti

      Grazie Roberto, è infatti una proposizione direi molto personale più che una regola per un futuro migliore… e come tutte le proposizioni di senso o le capisci oppure nessuno potrà mai spiegartele.
      Però, ad onor del vero, questo post è stato scatenato dalla tua riflessione sul modo di trattare la storia del bambino di Padova… che io ho sentito come una forte esortazione a tirare il freno e ricominciare a farci delle domande sul come pensiamo piuttosto che su cosa.
      Lungi da me l’idea che questo post possa frenare il bisogno di alcuni di vomitare di fronte a tutti le proprie idee, ma… tu hai influenzato me e, chissà, forse succederà ancora e ancora e ancora…

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  2. Ilaria Ciolli

    Ciao Paola, il tuo post mi hai fatto venire in mente un professore di filosofia del diritto che mi è capitato per caso di ascoltare, il quale, cercando di spiegare cos’ è “l’interpretazione” nel diritto affermava che: essa ha bisogno del tempo. Non è puntuale e contingente, non si esaurisce nel momento in cui il fatto accade, ma avendo come oggetto i rapporti tra gli esseri umani, per giungere ad una verità ha bisogno di tempo, ha bisogno di conoscere i fatti e quali conseguenze hanno avuto sulle relazioni umane. Credo che non sia solo il diritto, ma tutto ciò che riguarda le relazioni tra gli esseri umani che ha bisogno di tempo. E il tempo mi rimanda ad una parola che negli ultimi giorni mi ritorna alla mente che è “Storia”. Tutto deve avere una storia per essere originale e non autoreferenziale ovvero parlare sempre di se stesso in maniera circolare: cliccare quello che altri postano, dire quello che altri hanno già detto….Forse gli autori e i fruitori dei social network dovrebbero metterci un po’ della propria storia in quello che scrivono e vogliono rendere pubblico al mondo….leggere, rallentare ed elaborare per permettere che ” The king is content”

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    • Paola Cinti

      eh eh Ilaria, qui hai alzato di parecchio l’asticella… ma provo a seguirti con ordine.
      Sul tempo sono d’accordissimo, il susseguirsi di informazioni sempre più accelerato secondo me sta spingendo verso un certo appiattimento. Nella mia bacheca ci sono molti contenuti originali e anche interessanti, ma io non ho il tempo di leggerli nè di approfondire… il risultato è che arrivano ed escono con la stessa rapidità, mi piacciono ma io non ho il tempo di trasformarli in qualcosa di mio. E qui passiamo al secondo punto quello sulla storia personale, perchè sono il tempo e le relazioni che permettono di trasformare ciò che “incontri” in storia personale. In alternativa diventiamo tutti “dei sacchi vuoti da riempire”… esattamente quello da cui stiamo sfuggendo.
      Grazie ancora per essere qui…

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  3. Gianfranco Personé

    Ricordo i miei primi approcci alla formazione, all’aula, alla lezione. Ero convinto che senza il “sapere”, ovvero il contenuto, non si potesse fare formazione; ma – a quella epoca -, c’era una nutrita scuola di pensiero che sosteneva che contava molto di più come uno “porgeva” il contenuto che, anche se modesto, andava adeguatamente trasferito e fatto fruire. Nella mia vita professionale ho cercato di portare in dote il contenuto sposandolo sempre al metodo giusto per le persone da formare, per il tempo a disposizione, per l’obiettivo, didattico prima e aziendale a seguire, da raggiungere. Mi sono rotto il “grugno” sempre lottando contro forze più grandi di me, ma non ho mai smesso di portare avanti questo concetto: contenuto e forma, sapere e metodo devono viaggiare coerentemente insieme. Ho sentito troppe lezioni (a 1 via) con i cosiddetti “partecipanti” che non partecipavano. Credo che anche sul web 2.0 siamo a questa svolta sperando che vada un po’ meglio di come è andata per la “formazione”. Se non ricordo male è stato Bill Gates a usare per primo la frase “Content is the King”, e lui ha sempre messo i giochi dentro qualsiasi versione di Windows. Per lui il contenuto era il software, ma giocando si impara come da bambini. Perché solo se c’è coinvolgimento personale, il mettersi in gioco, c’è la disponibilità ad aprirsi e a comunicare, e quindi c’è la possibilità di vera informazione, di apprendimento, di cambiamento, di crescita. Quindi, cara Paola, le bacheche, i blog, il web non per riempire sacchi vuoti, o per esternare autocompiacimenti, ma per alimentare fuochi di vita… tempo (monarca assoluto) permettendo.

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    • Paola Cinti

      Quello delle parole è uno dei terreni più sdrucciolevoli che ci sia e sul contenuto siamo alle solite… nelle aule, nei rapporti, nei testi e sul web è uguale, ma leggendoti mi torna un concetto… c’è il contenuto e c’è qualcos’altro di cui ho sentito parlare spesso nella mia vita: il contenuto del contenuto o il contenuto del contenuto del contenuto e così via….
      Come se la differenza fosse in questa possibilità di rintracciare, nelle persone, nei rapporti e in ciò che fanno, una possibilità di ricerca che ci permetta di andare sempre più a fondo.
      Per questo però non ci sono strumenti che tengano, si tratta di una potenzialità sviluppabile solo in un essere umano.

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  4. Gianfranco Personé

    Sulla tua conclusione non ci sono dubbi, concordo pienamente, dipende solo dalle persone. Ma sul gioco delle parole non ho capito: Il contenuto del contenuto del contenuto…?! In fondo c’è il cosa, il come, il perché, il dove e il quando tutto il resto è … noia. 😉

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