Dopo una lunga pausa riprendiamo il nostro percorso tra le parole ed il loro significato. L’ultima che avevamo considerato, armonia, ci ha condotto a quella che tratteremo ora, e ne costituisce la soglia dorata, che la propizia e la rende possibile. Non può esistere infatti alcuna armonia senza prima conseguire la consapevolezza.

Consapevolézza sost. femm. [der. di consapevole]

  • l’esser consapevole;
  • cognizione, coscienza: avere c. delle proprie responsabilità; agire con piena c. 

Consapévole (aggettivo)

  • informato di un fatto: sono c. di quanto è avvenuto;
  • avere coscienza: sono c. delle mie responsabilità;
  • di persona che, essendo a conoscenza d’un fatto, se ne rende in qualche modo complice;
  • consapevolménte, con piena coscienza: spero che tu abbia agito consapevolmente.

Desta qualche perplessità scoprire che, nel vocabolario, la parola consapevolezza viene definita succintamente e con grande banalità. Anche volendo includere, come abbiamo fatto, la parola da cui deriva, ovvero consapevole, non ci allontaniamo molto da una formulazione basica, ostinatamente ancorata ad una dimensione strettamente fattuale che pare escludere ogni implicazione ideale.

 

La consapevolezza è il viaggio di tutta una vita su un cammino che alla fine non porta da nessuna parte: solo a scoprire chi sei. (Jon Kabat-Zinn)

Il concetto di consapevolezza è però molto più pregnante del semplice sapere qualcosa perché, se si agisce con onestà intellettuale, implica conseguenze in ogni aspetto della nostra esistenza.
In ultima analisi la consapevolezza è uno stato ingombrante che si oppone alle illusioni e alle narrazioni di comodo, che talvolta agiamo per difenderci dalla complessità, o per non prendere atto di situazioni che ci porterebbero a deliberazioni per le quali non siamo pronti, o che non vogliamo considerare.

Il fatto è che si temono le conseguenze della consapevolezza per la devastazione che si ritiene possa portare nei propri riferimenti, senza accorgersi che i nostri patimenti e sofferenze provengono invece dalle interpretazioni che diamo della realtà, dalla pertinace opera di occultamento di tutto ciò che impatta sulla nostra autostima e che denuncia la distanza, lo iato, tra ciò che siamo e ciò che ci si aspetta da noi, anche se queste aspettative sono il risultato di un conformismo che non abbiamo mai neanche messo in discussione.

Viviamo, in genere, in un racconto di noi stessi che risucchia le nostre energie nel vano sforzo di giustificare le contraddizioni che derivano dal rifiuto di prendere atto della nostra reale natura, non meno delle incongruenze che derivano dalla somma sociale delle contraddizioni altrui. Ma le nostre sofferenze non derivano dalla consapevolezza di ciò che siamo e dei processi che viviamo o interpretiamo, bensì dall’ignoranza delle motivazioni che ci muovono e dalla conseguente incapacità di placare le nostre ansie e porre rimedio a tutto ciò che ci fa male.

Morpheus:Tu credi nel destino, Neo?”
Neo: “No.”
Morpheus: “Perché no?”
Neo: “Perché non mi piace l’idea di non poter gestire la mia vita.”

Morpheus: “Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta, ma l’avverti. È un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando.”

Nel distopico mondo del XXIII secolo postulato da Matrix, pellicola cult dei fratelli Wachowsky, le persone vivono le loro intere esistenze senza alcuna cognizione della virtualità cui sono condannate.

Al termine della scena cui si riferisce il dialogo qui riportato, Morpheus offre a Neo la possibilità di svegliarsi dal sogno cui è condannato, per conquistare la consapevolezza della realtà ultima che vive, e la dignità di una vita vissuta pienamente. 

La consapevolezza è il necessario presupposto per creare un contesto coerente e armonico che ci metta in contatto con il nostro io, per prendere atto dei nostri limiti, accettarli e scaricarli del significato negativo normalmente collegato al termine, perché la pretesa di perfezione è un delirio di onnipotenza estraneo ai nostri desideri, un’aspettativa eteroindotta, il più delle volte per fini strumentali.

Dunque alla fine di tutto essere consapevoli significa conoscere e la conoscenza comporta conseguenze, tra cui avere una chiara cognizione di qualcosa di cui parleremo nella prossima perla, ovvero della propria responsabilità, al fine di assumerla pienamente, ma nei limiti di quanto ci compete e non un’oncia di più.

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6 Risposte

  1. Paola Cinti

    Una nuova strada, più che una perla.
    In effetti è una parola dai contorni incerti, e banalizzarla non è proprio possibile se non a prezzo di allontanarsene irrimediabilmente. A me sembra una di quelle parole che assume un senso diverso in ogni contesto e per ogni persona, diventando la misura della nostra capacità di percepire noi stessi e l’esterno immersi nel tempo, e in quanto tale costantemente variabile. Qualcosa che “si sente” molto più di quanto “si capisca”, e comunque parte di una ricerca infinita.

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    • Roberto Rizzardi

      “….assume un senso diverso in ogni contesto e per ogni persona”, dici benissimo Paola. Consapevolezza è uno stato che assume aspetti e modalità strettamente personali e comporta conseguenze diverse quanto sono diversi i vissuti di chi lo consegue, ma anche di chi vi si tiene, consapevolmente o meno, lontano.
      In effetti non si capisce il concetto di consapevolezza fino a quando non la si esercita e non si comprende che non è uno stato finale e definitivamente conseguito; si vive e le esperienze che si accumulano richiedono una elaborazione che non si placa mai, fino alla nostra dipartita.

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  2. Gianfranco Personé

    Potrà sembrare strano, ma molto più dei nostri nonni, siamo meno consapevoli di quello che ci circonda e di quello che realmente siamo diventati. Spesso ci costruiamo un “abito” su misura in rappresentanza di noi stessi. Probabilmente i ritmi frenetici della nostra vita quotidiana, la routine frenetica, la moltitudine di impegni e obiettivi che ogni giorno vogliamo e dobbiamo portare a termine, la massa di notizie che non riusciamo a gestire e ad approfondire, tutto quello che in una vecchia pubblicità veniva chiamato: “il logorio della vita moderna”, ci causa stress. Spesso perdiamo di vista la consapevolezza di ciò che facciamo, il vero perché lo facciamo, la consapevolezza delle nostre emozioni, delle persone, delle cose semplici e, soprattutto, del momento presente che stiamo vivendo. È proprio la scarsa consapevolezza di tutto ciò e la distrazione da essa, che spesso ci predispone allo sviluppo di problemi, di ansia, di maggiore stress, di comportamenti nocivi per il nostro benessere e semplicemente … ci ammaliamo. Non sarà un caso che per ricercare questa “sfuggente” consapevolezza che lettini, poltrone e sedie, con psicologi e psichiatri dietro, di fronte e di lato, si sono riempiti sempre più. Prendere “coscienza” di tutto questo, che altro non è che la consapevolezza del proprio essere e della propria realtà psichica, sarebbe già molto. Assumersene anche la responsabilità non è poi così immediato. Essere consapevoli dei nostri pensieri, dei comportamenti che agiamo e di quello che comportano per noi e per gli altri e una buona strada per ricercare eventualmente la “responsabilità”. Grazie Roberto per ricordarci, ancora una volta, di fermarci su parole che danno un senso al nostro vivere.

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    • Roberto Rizzardi

      Hai completamente ragione, il conseguimento della consapevolezza esige introspezione, disincanto ed autonomia. Sono cose che possiamo esercitare solo reimpadronendoci del nostro tempo e rifiutando subalternità a pensieri unici ed eteroindotti.
      Una volta venni indotto all’acquisto di un servizio che in realtà non mi serviva e che, a conti fatti, si rivelò non così conveniente. Ero giovane ed inesperto e non colsi alcuni segnali che segnalavano la mia presenza in una vera e propria “tonnara”. Venni invitato a presenziare ad un evento in una sala affittata all’uopo, “informato” della fantastica opportunità che rischiavo di farmi sfuggire, mentre una fastidiosa musica ostacolava la mia concentrazione e la capitolazione di altre vittime dei tavoli a fianco veniva salutata da fragorosi applausi, con il trionfante venditore che annunciava che Pinco Pallo aveva appena firmato un convenientissimo contratto. Una sapiente e sperimentata regia che, complice la mia inesperienza, mi manipolò senza scampo.
      Cedere alle tempistiche altrui non è mai una buona scelta, ma bisogna essere coscienti che, a volte, siamo noi stessi a imporci distrazioni che servono a nutrire il nostro timore di scoprire chi che siamo veramente. Andiamo a vedere sempre quello che siamo, per emendarci o per scoprire magari che gli unici a dispiacersi per la nostra natura sono altri che hanno loro precise ragioni che non ci riguardano.

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  3. Anna Maria Panzera

    “Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria… E’ già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver avuto paura di morire, aver preferito coraggiosa morte a vita pusillanime” (Giordano Bruno, De monade ,1590).
    L’esempio per me migliore della consapevolezza. Roberto, grazie del tuo bellissimo testo.

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    • Roberto Rizzardi

      Una citazione assai adeguata, anche se essere consapevoli, e dunque liberi, non comporta necessariamente un sacrificio così grande. Grazie a te Anna Maria.

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