Un contributo sulla necessaria fusione tra traduzione e comunicazione.

 

Accolgo con grande piacere il contributo di Francesca Geddes e Daniela Ascoli, interpreti e traduttrici italiane che vivono e lavorano a Londra.
Negli ultimi due mesi ho avuto il piacere di lavorare sulla definizione sia della loro professional identity su Linkedin che del loro sito We Speak Italiano. Durante questo periodo ho avuto modo di comprendere meglio il loro lavoro e di farmi un’idea su quante affinità abbia con il mio. Anche noi, come loro, sappiamo che essere presenti nel web non significa solo farsi costruire un sito oppure aprire una pagina su Facebook o un account Twitter. Comunicare sul web è possibile solo se conosci a fondo e direttamente il territorio dove operi e le persone che lo abitano; solo ascoltando e seguendo queste due dimensioni è possibile costruire quel legame che rende possibile la comunicazione.

 

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Gli errori linguistici nella pagina inglese del sito di Expo Milano 2015 stanno facendo il giro del mondo, e non solo sui social network. 

Purtroppo non si tratta di un caso isolato ed esistono molti (forse troppi) esempi di confusione creata da parole che sconvolgono il senso di una frase (es. “to pretend” non significa “pretendere” ma “fare finta”) oppure di scelte sbagliate nella traduzione di testi a livello terminologico (es: “evitare pesanti concordati preventivi e fallimenti” che è stato tradotto “avoiding composition deeds and business failures” invece di “avoiding arrangement with creditors and bankruptcies”) o di sintassi (es. “mi manchi” non si traduce con “you miss me” bensì con “I miss you”) o ancora, di un errato uso di costruzioni nella lingua straniera (es. “dagli anni 80” non si traduce con “from 80 years” ma “since the 80s”)

Queste sono solo alcune delle tante situazioni generate dall’idea che la semplice conoscenza di una lingua straniera sia sufficiente per parlare di traduzione.
La traduzione, intesa come interpretazione del senso del linguaggio e non come meccanica trasposizione di simboli, richiede una formazione ed è un’arte che non si improvvisa.
Essa richiede una capacità ricettiva che non può essere circoscritta alla funzionalità del timpano (quando siamo interpreti) o della retina (quando traduciamo). Una recettività, che pur poggiando su una solida piattaforma costituita dalle nostre conoscenze sintattiche e semantiche, tenga conto delle persone, delle culture, dei contesti e della diversità che ogni situazione porta naturalmente in sé. 
Allo stesso tempo il nostro mestiere richiede una capacità di “risposta” che può essere misurata solo sapendo valutare e scegliere professionisti che abbiano un’esperienza solida e riconosciuta.
In una società che si vuole sempre più connessa e più fluida, non investire in questo tipo di comunicazione alla fine ha un prezzo difficilmente monetizzabile, e quindi risolvibile, in termini di reputazione.

Forse la chiave per affrontare meglio situazioni di questo tipo passa attraverso esperienze come quella dell’Expo Milano 2015, perché possono aiutarci a superare l’approccio autocentrato di chi comunica verso il mondo senza esserne pienamente consapevole. Allora l’interprete o il traduttore diventano partner dei loro clienti, condividendone lo stesso obiettivo: comunicare.

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