Buona parte delle nostre attività sui social sembra avere come obiettivo primario la visibilità, a cominciare dalla nostra presenza su Facebook. E se questa fosse solo l’esca con cui prenderci all’amo, distraendoci da obiettivi molto più efficaci? 

E’ arrivato il momento di chiederci in che modo stiamo spendendo le nostre energie, con quali risultati e soprattutto se stiamo ignorando qualcosa di più invisibile, ma molto più sostanziale.

 

Chiunque abbia un profilo Facebook ha provato, almeno una volta, una leggera ebbrezza nel veder fioccare like, cuoricini, sorrisi ed altre reaction in calce ad un proprio aggiornamento o di averli “notati” sulla bacheca di uno dei nostri amici. Che faccia piacere non ci sono dubbi, tanto da diventare per alcuni un vero e proprio obiettivo ed essere indagato come fenomeno specifico, definito narcisismo digitale. Un’accusa decisamente sproporzionata, che possiamo ridimensionare dicendo che per la maggior parte delle persone si tratta semplicemente del piacere di vedere confermate alcune idee o di attirare l’attenzione su di sé.

Una situazione che si nutre, però, di una dimensione ingannevole. Dando un’occhiata veloce alle statistiche e in particolare alla sezione delle Visualizzazioni, possiamo facilmente scoprire che il numero di persone che vede il nostro aggiornamento é decine di volte più alto del numero di reazioni che riceviamo. Per semplicità dichiareremo che la proporzione è di 1 a 10, sapendo che in molti casi è più alta.
La domanda che dovrebbe conseguirne è: cosa pensa il restante 90% di persone che ha visto il nostro aggiornamento e non ha manifestato alcuna reazione?
Le risposte possono essere moltissime e andare dall’indifferenza alla contrarietà, passando anche per l’invidia. Il punto è che non possiamo saperlo o, volendo essere più precisi, noi ignoriamo quello che pensa di noi il 90% delle persone che incontra una nostra immagine, un link, un evento o uno status.
Da questa considerazione ho tratto la prima parte del titolo di questo articolo: I Like Invisible.

Ma se non possiamo sapere cosa pensa la maggior parte di persone delle nostre attività sui social, perché parlarne? Il motivo è che in questo mondo silenzioso e invisibile c’è molta più realtà di quanta ce ne sia nei numeretti che vediamo nelle nostre bacheche.
Così come nella realtà di tutti i giorni, le parole e i comportamenti costituiscono l’involucro della nostra relazione con gli altri, celando agli occhi contenuti più vasti e misteriosi, anche nel web quello che vediamo è solo una minima parte e spesso non così rappresentativa della verità. Un fatto questo che dovrebbe impegnarci nel cercare di diminuire l’attenzione verso ciò che succede per investirla verso ciò che è veramente, anche se non lo vediamo.

Guardata in quest’ottica la visibilità fa emergere altri due aspetti, entrambi rilevanti.
Il primo riguarda il fatto che essa è indubbiamente un’esca, che permette a social network come Facebook di tenerci incollati al video, creandoci un’aspettativa costante di conferme che può spingerci fino alla dipendenza da esse.
Il secondo, molto più confortante, ci dice che l’utilizzo delle informazioni da parte di social come Facebook per mappare gusti, tendenze, pensieri e opinioni, esclude quindi quel pezzo rilevante di realtà che, non esprimendosi in alcun modo, non fornisce alcun dato. Anche a Facebook è precluso il 90% dei nostri pensieri.
Legando questi due elementi possiamo quindi affermare che essere consapevoli dell’esistenza di questo mondo invisibile, costituisce l’antidoto sia ad una visione miope del nostro rapporto con il mondo esterno, che al timore di un controllo presente e futuro sulla nostra vita da parte di un fantomatico grande fratello digitale.

A questo punto però, dopo aver rotto le uova nel paniere ai collezionisti di Like, credo sia giusto parlare di cio che può dare corpo alla nostra presenza sul web. Considerando la visibilità come un risultato parziale (non negativo) della nostra attività sui social, possiamo spostare l’attenzione e le nostre energie su qualcosa che ha una stabilità ed un valore molto più significativo: definire il nostro posizionamento nel mondo digitale.
Avere un posizionamento significa costruire una reputazione e una credibilità intorno ad un nome, un prodotto/servizio, un’attività o anche un’idea. Qualcosa di estremamente più solido che necessita di un contenuto che comunichi e convinca proprio quel mondo che non si accontenta di esprimersi attraverso smile e cuoricini, e che richiede un investimento costante non solo di comunicazione, ma soprattutto di relazione con gli altri. Rispondendo ai due aspetti principali del web così come lo viviamo oggi: condivisione e partecipazione.

Chi come me lavora a vario titolo nel settore della Digital Strategy, sa che il momento della visibilità corrisponde a quello che gli esperti chiamano la fase Hero (la fase dell’eroe) e, pur essendo parte del processo di costruzione di un’identità digitale, ha una caratteristica peculiare: per quanto sia alta la vetta che può raggiungere in termini numerici, ad un certo punto tornerà a livello zero. Una dinamica facilmente riscontrabile nella velocità con cui le migliori performance in questo senso vengono dimenticate, per lasciare spazio a nuovi stimoli che condivideranno lo stesso destino più o meno a breve.
Questo è il motivo per cui siamo attirati da nuove persone, nuove pagine, nuovi progetti che poi abbandoniamo senza alcun senso di colpa o pensiero, adeguandoci alla caratteristica delle nostre timeline, ovvero quella di scorrere ad una velocità esponenziale.

Lavorare sul proprio posizionamento richiede invece qualità meno estemporanee, a cominciare da una visione del tempo decisamente controcorrente. Crearsi una reputazione richiede pazienza, tenacia e anche l’intelligenza per non farsi distrarre come gazze ladre dal luccichio del vetro, per cercare invece il nostro filone di diamanti. Un lavoro vero e proprio che necessita di competenze ed esperienza, non tanto nell’utilizzo delle tecnologie o delle piattaforme social, quanto nella visione d’insieme del web e delle sue potenzialità, in modo da poter orientare i nostri sforzi verso una presenza molto più stabile e definita. Tutto questo coltivando la capacità di leggere e vivere i luoghi digitali partendo dalle persone, dalle relazioni e considerando gli strumenti come navi per raggiungere le nostre destinazioni.

Investire tempo nella visibilità, senza riuscire a trasformarla in posizionamento, ci costringe a vivere in una perenne dinamica circolare e quindi ripetitiva. Una dinamica che non fa differenza tra le persone, perché non punta a far emergere le qualità più vere e profonde, ma si accontenta di un’uguaglianza numerica o a volte ci inganna facendoci credere valide realtà che sono solo più furbe.

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