È possibile educare senza il ruolo del padre? Cosa significa oggi educare? Siamo ancora in possesso di un discorso “forte” da trasmettere ai nostri figli? Come conciliare desiderio e regole? Da quando, più di trenta anni fa, ho avuto una figlia, mi sono sempre interrogato sul mio ruolo di padre e di come potevo essere di aiuto e di supporto alla sua crescita, al suo sviluppo, alla sua maturazione e realizzazione, al suo inserimento nella vita sociale, in questo  mondo sempre più in trasformazione  e, soprattutto, con il cambiamento in atto dei ruoli genitoriali. L’immaturità che spesso riscontro in molti, più o meno giovani, è forse causata da questa incapacità di svolgere un ruolo di padre?  Poi circa un anno fa, ho avuto l’occasione di leggere un libro di Massimo Recalcati “Cosa resta del padre?  – La paternità nell’epoca  ipermoderna”  che mi ha illuminato e, per quello che mi riguarda, in parte anche confortato. Ma di recente ancor di più mi ha colpito un articolo uscito su Il Manifesto del 21 marzo 2013, di Fracesco Giglio, per  la sua analisi che, uscendo dai soliti e usurati schemi, individua nella “regola” dell’illusione i recenti successi di alcuni schieramenti politici alle ultime elezioni. Riporto qui di seguito l’intero articolo.

 

PSICOLOGIA DEL VOTO – Berlusconi e Grillo, promesse e sogni.

La funzione del padre, a prescindere dal genere di chi la incarna, dispone di due volti coesistenti e contrapposti: il lato del “no”, indirizzato alla regolazione educativa, alla trasmissione delle leggi della civiltà, e quello del “si”, orientato al sostegno delle peculiarità dei figli e funzionale a sostenerne il desiderio. È  l’attivazione congiunta dei due lati a consentire all’individuo la costruzione di una casa abitabile, solida e stabile nel tempo. L’orientamento verso il futuro, la lungimiranza impegnata, sono ciò che caratterizza il padre, l’umano adulto, indipendentemente dal sesso, dall’età e dalla paternità di sangue.

La caduta degli ideali, connessa al crollo della funzione paterna già indagato da Lacan, trova, il suo contrappeso nel trionfo degli oggetti di consumo. Gli ultimi decenni hanno visto l’accelerazione progressiva di questa dinamica capace di affrettare il degrado del processo di civilizzazione. La crisi contemporanea non rimette in discussione ciò che Lacan chiamava “il discorso del capitalista”, ovvero la illusoria offerta sul mercato di beni effimeri, che si vorrebbero spacciare come alla portata di tutti, e che dovrebbero compensare il carattere costitutivamente deficitario della nostra esistenza. Com’è evidente, la cifra del legame sociale fondato sul rapporto fra uomo e oggetto esibisce ancora una sua solidità, contrapposta al valore del legame fra sé e gli altri. La ricerca esasperata del consumo incendia i legami sociali, e la carenza di beni nell’epoca svuotata di ideali lascia gli individui a confrontarsi con il nulla, con l’idea del fallimento che subentra laddove viene meno la presenza dell’oggetto del desiderio.

Gli effetti chele promesse dei diversi schieramenti hanno avuto sulle elezioni si mostra in sintonia con l’impero del consumo: ha vinto chi ha promesso di più, e chi ha fatto arrivare più lontano l’illusione. Forse tutto ciò è persino troppo evidente per essere notato, tale è la sua luminosa, accecante, banalità: chi ha fatto appello agli aspetti più infantili, al principio di piacere, al tutto e subito, ha vinto. Chi si è appellato agli aspetti più adulti, al principio di realtà, ai limiti oggettivi delle nostre attuali condizioni economiche è stato penalizzato. È una storia vecchia, foriera di danni evidenti, ma, sorprendentemente, attuale.

Il successo della campagna elettorale del Pdl mostra come le ampie prove di incapacità, superficialità e franca disonestà dei suoi candidati abbiano avuto un peso limitato nelle scelte di voto. Gli italiani, contro ogni principio di realtà, mostrano ancora e sempre di volere credere alla favola, a babbo Natale che arriva con i doni. La stessa logica sta alla base della vittoria targata Lega-Pdl in Lombardia, con la roboante promessa, mai realizzata né realizzabile, di conservare in loco le tasse versate. E, ancora, promesse inverosimili sono quelle che hanno determinato la vittoria del Movimento 5 Stelle, promesse di investimenti massicci, impraticabili nelle dimensioni dichiarate, in tutti gli ambiti dello stato sociale. La semplicità e l’immediatezza del messaggio di Grillo ha funzionato: mandare tutti a quel paese è la linea adolescenziale che ha fatto vincere il suo movimento e l’effetto liberatorio dell’insulto è risultato garantito.

A prescindere dall’età, hanno vinto gli elettori bambini, al massimo adolescenti, e hanno perso gli adulti: la sconfitta accomuna trasversalmente i padri. A sinistra Il Pd non è in grado di governare, a destra Monti, che aveva fatto sperare in un polo conservatore presentabile in Europa, di fatto è sprofondato ben al di sotto delle attese. Non è il tempo dei padri: nell’epoca del giovanilismo esasperato la pretesa di esercitare una funzione patema è mal tollerata. Bersani sa dire no e sa dire sì, ma non fa “sognare”, e ciò che gli italiani vogliono è appunto un sogno, e se quel sogno si trasforma in incubo, la colpa viene gettata sui politici, sull’altro traditore, mai sulla reiterata inclinazione a farsi ingannare.

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10 Risposte

  1. Paola Cinti

    Comincio io, visto che sono la padrona di casa, con il ringraziare Gianfranco per quella che – al di là dell’articolo – credo sia una splendida intuizione. Il ruolo di Padre.
    Si, perchè credo che sia assolutamente necessario provare ad andare oltre alcune idee diffuse sia sul ruolo che sulla sua necessità e comincerei con il dire che se associamo questa immagine paterna alla politica, e quindi a chi ci governa, io comincio a sentirmi pesantemente a disagio.
    Intanto perchè le persone che si sono avvicendate negli anni sono molto distanti dalle mie esigenze di rapporto con un’immagine maschile, che non può essere rappresentata dall’educatore severo o dal padre permissivo e buono.
    Credo che buona parte dell’Italia oggi non abbia proprio più bisogno di un padre, ma di immagini di riferimento valide e realizzate, ma anche pronte a riconoscere la validità e la realizzazione del popolo che governano. Insomma un rapporto che non ha più a che vedere con quello padre/figlio inteso in senso classico come “educatore” ma neanche in senso rivoluzionario come “falsamente permissivo” o “sognatore”.
    Forse dovremmo pensare che quando i figli crescono, e forse anche per farli crescere, la strada giusta diventa quella del dialogo e confronto tra validità, dove fino ad una certa età quella del padre dovrebbe essere sicuramente maggiore di quella del figlio in modo da permettergli un confronto costruttivo, ma che ad un certo punto deve essere anche capace di giocarsi la partita del rapporto in modo paritetico.
    Quindi… e se il problema fosse che in Italia ci sono troppi padri? Dal Santo Padre incarnato dal santo papa Francesco, al rigorosissimo Monti, passando per il “ci penso a tutto io” di Berlusconi o per altre figure comunque sempre troppo poco orientate all’ascolto e al dialogo?
    Bel tema comunque 🙂

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  2. Gianfranco Personé

    Il tema è sicuramente vasto ed intricante, soprattutto, se fatto in parallelo sia tra il ruolo di padre a livello personale – che coinvolge tutti uomini e donne con figli o oppure no -, sia a livello di scelte politiche. L’articolo di Giglio in apertura ribadisce proprio questo concetto: “La funzione del padre, a prescindere dal genere di chi la incarna, dispone di due volti coesistenti e contrapposti: il lato del “no”, indirizzato alla regolazione educativa, alla trasmissione delle leggi della civiltà, e quello del “si”, orientato al sostegno delle peculiarità dei figli e funzionale a sostenerne il desiderio. È l’attivazione congiunta dei due lati a consentire all’individuo la costruzione di una casa abitabile, solida e stabile nel tempo. L’orientamento verso il futuro, la lungimiranza impegnata, sono ciò che caratterizza il padre, l’umano adulto, indipendentemente dal sesso, dall’età e dalla paternità di sangue.”
    La figura del padre teologicamente fondata, cui fai riferimento tu Paola, quando parli del papa Francesco o di Mario Monti, credo non abbia più un senso se non si trasforma nel sodalizio universale e ideologico di “Legge e Desiderio”. Questa figura, appunto, non deve essere il padre reale, può essere “altro”: un altro uomo, un’istituzione, un libro, un movimento politico, una donna, una madre, un omosessuale, ecc.
    Cosa manca ancora per delineare questo ruolo necessario e vitale alla crescita, allo sviluppo e, oserei dire, alla sopravvivenza della specie umana?
    Ritengo che l’autorevolezza, l’esempio , la capacità di ascolto e il dialogo siano gli elementi chiave per la realizzazione di tutto questo. Certo bisogna essere consapevoli che oltre le regole esistono le relazioni e che le une non sono meno necessarie delle altre. Autorevolezza è data dal riconoscimento degli altri e, ovviamente, non può essere calata dall’alto. Gli altri che identificano, in quella persona (o istituzioni), comportamenti adeguati, competenza e capacità di comunicare efficacemente; riconoscono equità nell’esigere dagli altri quanto da se stesso; percepiscono l’equilibrio psichico che permette di evitare l’aggressività, di poter ammettere i propri errori senza complessi, di saper gestire i conflitti al loro sorgere, senza timore reverenziale e autocensura. L’esempio ovvero testimonianza di coerenza di quello che si dice e quello che si attua, per sé e per gli altri. La capacità di ascolto senza la quale non ci si mette in relazione con gli altri. La capacità di ascoltare, infatti, sottintende un’attenzione focalizzata a quanto espresso da chi parla e l’esclusione di eventuali pregiudizi sia sulla persona che comunica che sul contenuto della comunicazione; una scarsa attenzione, infatti, interferirebbe in particolare con la ricezione del messaggio, mentre l’influenza di pregiudizi e preconcetti soprattutto con la sua elaborazione. Infine, ma non da meno di tutto il resto, un “padre” deve saper trasmettere la capacità ad inseguire le emozioni, di vivere liberamente l’inquietudine, la bellezza della scoperta, la curiosità e l’amore. Le emozioni tutte anche quelle di dolore perché la vita comprende anche la morte. Il dolore deve essere visto non solo come perdita ma affettività, acquisizione oltre che sottrazione. I migliori di noi sono capaci di lasciare una testimonianza attraverso la morte perché gli altri se ne possano giovare. Bisogna amare l’inquietudine, bisogna usarla per se stessi e contagiare gli altri, soprattutto se timorosi e indifesi. Scoprire il mondo e gli altri, rispettando il diverso. Amare senza possedere, ma rispettando l’altro.
    Tutto questo può e deve essere calato anche nel modo di realizzare la politica in un mondo che, lungi dall’essere utopico, è perseguibile. Le persone hanno il potere e possono, o possono imparare, a impossessarsi di queste competenze, molto più facilmente se circondati da “padri” e non da “bambini”.

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    • Paola Cinti

      Una volta mi hanno rappresentato il rapporto come un rettangolo dove il lato più lungo tira a sè quello più corto, il quale diventa più lungo e quindi fa lo stesso. Una sorta di circolo virtuoso dove la validità dell’uno diventa stimolo per la crescita dell’altro.
      Io credo che un paese come il nostro dovrebbe proporre questo tipo di rapporto, costringendo tutti a farsi carico della propria e dell’altrui realizzazione… a cominciare oggi da noi che dobbiamo pretendere da chi ci governa il massimo.
      In quest’ottica a me sembra che la realtà più valida (padre o adulto che sia) non è tra chi governa, ma tra le fila di chi è governato.

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  3. Antonio

    …che tema!…e che dibattito!…..la posta in gioco è altissima. Qui si parla del padre, del Padre, del codice paterno, della libertà, dell’affrancamento, del confronto paritario, della validità al di là degli stereotipi…e allora la mente si popola di “Padri”…il padre, il Santo Padre, il padre buono accudente, il padre onnipotente “ghe pensi mi”, il padre come “modello” da raggiungere o da imitare, il padre ribelle che ha un vaff ad ogni angolo di strada e per ogni situazione, il padre-maestro …..mi colpisce e affascina quel filo del pensiero che afferma che in realtà il codice paterno “in sé” è fuorviante, non perchè sia in crisi, ma perchè la sua stessa permanenza blocca e cristallizza una posizione di presunta superiorità (il Padre) ed una posizione di immodificabile subalternità (l’eterno adolescente mai adulto), impedendo una dinamica evolutiva. Forse quel filo di pensiero ci induce a pensare che la dinamica up/down padre/figlio vada superata nel nome della possibilità di un superamento e di un affrancamento dalla condanna della ripetizione e dell’identificazione con il padre (santo padre o maestro che sia) in nome della ricerca di una validità personale assoluta. La ricerca continua…..

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    • Gianfranco Personé

      Un ruolo di padre, a prescindere dal genere di chi lo incarna, di facilitatore della dinamica evolutiva che non necessita dell’emulazione o dell’identificazione tout court, ma solo che consenta di apprendere come si “naviga” nel mare della vita, le sponde cui approdare poi… a ognuno le sue.

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  4. Roberto Rizzardi

    Che tema intrigante. Io non credo che l’individuazione della figura “padre” possa essere esaurita in una sola definizione, per quanto ampia questa possa essere. Il fatto è che ci sono diversi padri in una stessa persona e in tempi diversi. Essere genitore di un bimbo è diverso dall’essere genitore di un adolescente, e quando tuo figlio diventa un adulto devi nuovamente riconfigurarti, perdonate la banalità.
    Devi saper trasformarti con intelligenza e senso di responsabilità, e farlo a dispetto delle tue personali ansie e fatiche di vivere. Quando i figli sono piccoli si riferiscono al genitore, assorbendo quello che gli viene detto, senza eccessive elaborazioni ed acriticamente.
    Da adolescenti sperimentano una contraddittoria ansia di autonomia, conflittuale e continuamente verificata. Da adulti devono poter contare sulla solidità di un rapporto affettivo e paritetico.
    Non si possono dare risposte adeguate senza “sintonizzarsi” efficacemente con il mutato contesto e, soprattutto, se ti riveli inadeguato in una di quelle stagioni della vita influisci negativamente anche sulle altre, già vissute o ancora da venire. Ecco, se ti lasci schiacciare dalla responsabilità o se ti limiti a seguire un canone non potrai assolvere decentemente il compito di educare.
    D’altra parte, come dice molto giustamente Gianfranco, in realtà e alla fine di tutto, il tuo compito di genitore non è tanto quello di insegnare cosa è giusto o sbagliato, quanto quello di consentire lo sviluppo di un metodo critico, di un modo di affrontare la vita riuscendo a ritrarti quando arriva il momento giusto e sapendo accettare la personalità che emerge da quel fagottino che hai tenuto tra le braccia.
    La figura del padre nella politica? Si, esiste ed è abusata, ma non è un padre educatore, il tipo di padre disposto a credere nelle capacità del figlio. Si tratta proprio del padre autoritario, o anche quello che lascia fare per non essere importunato o, peggio, il padre che sfoga la sua frustrazione sul figlio. Ma non voglio pensarci troppo. Non voglio sporcare il concetto di paternità con le sue patologie. Essere genitore è una cosa importante e bella. Alla fine è una missione meravigliosa, impegnativa e delicata, e forse è un bene che i giovani genitori siano un pochino incoscienti, altrimenti potrebbero decidere di non affrontare il cimento.

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    • Gianfranco Personé

      I padri politici sono veramente pochi. Una volta c’erano i padri della patria, ma era un altro mondo. Ma infondo cosa dovrebbero essere i politi e mi riferisco a quelli attuali. L’ho già detto, ritengo che l’autorevolezza, l’esempio, la capacità di ascolto e il dialogo, la capacità di coltivare i sogni e di rendere indipendenti i figli, come i cittadini, siano gli elementi chiave per la realizzazione del ruolo di padre in politica come nella vita. 😉

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      • Paola Cinti

        Concordo… una naturale seppur complessa tensione verso il giusto senza considerare l’altro inferiore ma solo in crescita.
        In politica oggi non mi sembra ci sia nessuna figura, qualche figurante al massimo.

  5. Roberto Rizzardi

    Abuso ancora della vostra pazienza. Dopo aver scritto il mio ultimo commento non mi sono sentito soddisfatto. Analizzando questo disagio, a tutta prima, ho semplicemente ritenuto di essere andato “fuori tema”. E bravo, mi sono detto, ti sei limitato a tessere il panegirico di come dovrebbe essere un buon padre, con tanto di frase ad effetto finale, e con fugace incursione nel parallelo con l’agone politico, quel tanto che basta per dire: “oddio che schifo”, come l’iconoclastia di recente fortuna consiglia di fare.
    Non intendo minimamente ritrattare quella riflessione. Ho preso molto sul serio il mio compito di padre e quelle parole rappresentano abbastanza bene il mio pensiero in proposito. Mi sono però chiesto per quale ragione mi sono tenuto accuratamente alla larga dalla commistione tra i concetti di “padre” e “politica” e, pensandoci bene, ritengo di aver individuato la natura del mio disagio.
    Il fatto è che il concetto di “padre” in politica, nobile o meno che sia, è un concetto ottocentesco che parte dalla considerazione che il popolo sordido e arretrato (bue e cornuto) non ha la capacità di gestirsi e che, quindi, sta alle elites il compito di amministrare e governare o, eventualmente, di produrre i rivoluzionari e le avanguardie che determineranno un eventuale nuovo corso (i grillini, per dire, presentano un alto tasso di laureati e ci tengono a farlo sapere). E’ anche un concetto che presenta nel proprio DNA il germe dell’autoritarismo, l’autorizzazione pragmatica e preventiva ad “assumersi” il fardello del bene comune castrando, altrettanto preventivamente e molto opportunamente, ogni possibile dissenso perché assiomaticamente proveniente da qualcuno che non ha la capacità di individuare correttamente i propri stessi interessi. Il figlio rimane eternamente infante, non raggiungendo mai l’adolescenza né, men che meno, l’età adulta. Da qui, essenzialmente, la mia diffidenza ed il mio disagio.
    Ci si riferisce ai nostri costituenti definendoli “padri” ed io concordo con il significato positivo di quella connotazione perché, in effetti, quelle persone hanno concepito la fonte del nostro diritto repubblicano come degli ottimi genitori, creando un contesto di grandissima qualità e lasciando al popolo delle indicazioni e non dei diktat. Ma si tratta di un caso abbastanza isolato e contornato da “uomini della provvidenza” e taumaturghi dall’incerto sentimento democratico.
    Inoltre, come mi ha fatto notare mia figlia, il proprio padre non si sceglie, mentre il nostro governo, quando non in una dittatura, lo eleggiamo noi. Paradossalmente (e stressando all’inverosimile il concetto) sono gli elettori la figura paterna ed il corpo politico il figlio che, al momento, è degenere in quanto il genitore è palesemente inadeguato.
    Insomma, non ci sono figure paterne alle quali demandare scelte ed alle quali addossare responsabilità. Sta a noi assumerci il compito di rimettere a posto le cose. Abbiamo generato un figlio scapestrato e dedito al malaffare, tocca a noi fare qualcosa, noi dobbiamo essere autorevoli e non altri.

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  6. Gianfranco Personé

    Che bambini ed adolescenti abbiano bisogno del ruolo del padre è certamente sicuro. Che alcuni padri si dimostrino più immaturi dei figli sfortunatamente è dato. Che padri e figli adulti siano entrambi maturi è sicuramente auspicabile… ma non certo. 😉

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