Authorship e Author Rank non sono soltanto due concetti da comprendere, ma sono due prassi da seguire per “definire” al meglio la propria presenza su Google.

 

Sono le 10.30 e consulto Worldometers che mi restituisce i seguenti dati: 1.785.265 post di Blog scritti  e 1.904.667.556 ricerche effettuate con Google, oggi… e la giornata non è arrivata ancora a metà del suo cammino.
I contatori corrono velocissimi e non è facile essere  consapevoli, non solo del loro valore assoluto, ma soprattutto del senso che hanno queste informazioni. E’ un tempo diverso quello del web che ci chiede di comprendere, più che di conoscere i numeri. Il primo numero ci dice quanti sono i contenuti prodotti dai blog e l’altro quante sono le ricerche di contenuti nel web, ma la loro storia sta influenzando il futuro della gestione delle informazioni.

La nascita del web 2.0 ha incrementato in modo esponenziale la partecipazione attiva alla realizzazione della più grande raccolta di saperi e vissuti della storia umana. Siti web, blog, piattaforme di condivisione inonando ogni giorno il web di testi, immagini, suoni, video che vengono riconosciuti e mappati dal motore di ricerca Google, il cui compito è quello di restituirceli quando li cerchiamo. Un compito che non è mai stato facile, ma che oggi è reso complicatissimo dalla quantità.

Per affrontare questa dimensione virtuale fatta di contenuti, Google ha deciso (a partire dal 2005) di spostare il suo sguardo dal contenuto per posarlo sulle persone, sugli autori. L’arrivo di Google+ ha reso il progetto, fattibile. Da qui nasce una formula che più o meno fa così: Web Content + GooglePlus = Authorship.
Ovvero la “connessione” chiara e univoca di un contenuto con un profilo, con l’obiettivo di cominciare a mappare gli “esperti” nel web attraverso i loro contributi. L’Authorship quindi diventa una sorta di firma digitale che ci differenzia nel marasma dei contenuti presenti su Google  e che ha come risultato quello che vedete qui in basso:

 

 authorship

Visivamente, la presenza della foto permette di distinguere questo contenuto dagli altri risultati, semplicemente collegandolo ad un volto. Ma guardando il risultato solo da questo punto di vista, potrebbe sembrare un’operazione di “visibilità”, che qualcuno potrebbe anche interpretare come “narcisistica”. Vediamo, invece, in che modo questa diventa parte di quella strategia professionale che oggi chiamiamo “career management” o anche “personal reputation”.

Se l’Authorship è un modo per rivendicare la paternità di alcuni dei nostri contenuti (non necessariamente tutti), l’Author Rank  è un numero – da 0 a 10 – che si basa sulla popolarità, competenza (di nicchia), autorevolezza del creatore e che viene utilizzato da Google come  segnale di “valore” di un contenuto. Per intenderci, l’immagine precedente “dice chiaramente” che io sono autrice di quel contenuto, quella successiva definisce il valore che Google attribuisce al mio contenuto, posizionandomi al secondo posto tra i risultati di “Temporary blog”:

author-rank

Questi esempi, non sono il risultato solo di una serie di procedure tecniche, ma sono parte di un discorso molto più ampio che comprende la pubblicazione di “contenuti killer”, la presenza nei social network (soprattutto Google+), il rapporto con gli influencer, la gestione dei commenti nei blog (!) ed altro ancora.

Sicuramente un “gioco” che sta attirando sempre più giocatori e che anticipa una domanda: si sta delineando un futuro in cui al centro dei nostri panorami ci saranno sempre più le persone e ciò che hanno da dire? Io credo di si.

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4 Risposte

  1. Federico Vagni

    Grazie Paola. Il Web2.0 è un cambio di paradigma assoluto che molti, me compreso, faticano a comprendere prima ancora che interpretare. Il tuo contributo è prezioso per navigare consapevolmente in questo mare in continua espansione.

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    • Paola Cinti

      Grazie a te per essere qui. In realtà è faticoso anche per noi, che siamo abituati, quindi capisco ciò che vuoi dire.
      Però permettimi di espandere la visione di queste informazioni e provare a inquadrarle rispetto ad altre professioni. Io considero l’Authorship una realtà con cui fare i conti, uno strumento di personal branding, un segnale di come sta evolvendo il futuro internet delle cose, ma soprattutto lo considero una risorsa tutta da “sfruttare”. Un po’ come scendere in miniera e scoprire il rame, estrarlo e renderlo disponibile… ma servono altre menti e altre professionalità per trovare infiniti modi di utilizzarlo.
      Questo è uno degli errori più comuni tra quelli che fanno il mio mestiere e tra quelli che ci guardano: pensare a tutto ciò in termini troppo autoreferenziali. Internet è la risorsa del millennio, potente come molte altre scoperte in passato, che va pensata, elaborata, coniugata … contaminandola con altri ambienti.
      Per esempio: che impatto ha nella società, nella cultura, nelle organizzazioni questa possibilità di “emergere” che ha ogni persona? Come incide nei legami di potere, di rapporto di lavoro, di ruolo, di dipendenza? Possiamo dire che l’Authorship è un segnale che la dicotomia Leadership/Followership è superata, in favore di un rapporto tra persone che pensiamo uguali perché entrambe umane e diverse perché ognuno di noi lo è? Queste sono le domande a cui Internert e il web non possono rispondere….

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  2. Alessandro

    E’ faticoso molto faticoso, anche per tutti noi (addetti ai lavori).
    Il contesto è così in evoluzione e senza regole scritte che spesso ci affidiamo ad interpretazioni o meglio: intuizioni.
    Il web 2.0 è il concetto di partenza che identifica le persone dietro la rete, non più mole di dati fini a se stessi ma desiderio, voglia di interagire, conoscenza.
    Chi di noi poteva pensare in passato di scrivere alla Ford, a un’Istituzione, a un grande artista e di avere risposta in tempo reale?
    Ottimizzare e rendere sempre più fruibile tutto ciò è compito (arduo) nostro, ma il motore siete voi.

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    • Paola Cinti

      Vero Alessandro e questo è possibile solo in assoluta trasparenza, creando continuamente network per il lavoro e la conoscenza… insomma il 2.0 (condividere e partecipare) è ancora tutto da sperimentare.

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