Eccoci dunque alla nostra seconda perla sul filo esile dei nostri pensieri.  Una parola a cavallo tra due mondi per l’immaterialità che ne costituisce l’essenza e la rilevanza degli effetti che comporta: Virtuale.

 

Virtuale (agg.)

  • Filosofia – che è solo in potenza; potenziale
  • Fisica – di spostamento possibile ma non effettuato
  • Matematica – di ente o grandezza che potrebbe esistere, che può essere ipotizzato per utilità di calcolo
  • Ottica – non reale: la fotografia rende l’immagine v. di una persona
  • Informatica – realtà virtuale, situazione simulata dal computer, con tutte le caratteristiche di quella reale, rispetto alla quale è possibile interagire.

Virtuale è una parola assai popolare, di questi tempi, e spesso abusata. Di tutte le definizioni sopra riportate forse le uniche di cui il grande pubblico ha contezza sono la prima, per quanto in forma banalizzata e priva del rigore e della magnificenza di un sapere che indaga l’essenza umana, e l’ultima, ben oltre però la dimensione tecnica che aveva originariamente. Sembra del tutto evidente che, propiziata dalle modalità comunicative ora preminenti, sia proprio questa ad aver preso il sopravvento, facendo impallidire le altre.

 

Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero?
E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare?
Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?
(Morfeus, tratto dal film Matrix)

 

La piazza, la comunità e molte altre situazioni d’interazione sociale hanno assunto sempre più prepotentemente caratteristiche di intangibilità, con il risultato che con virtuale si intende quasi esclusivamente qualcosa di mediato da piattaforme informatiche, incorporeo ma assai certo ed avvertibile negli effetti.

Grazie a questo ultimo aspetto, che in fondo molto virtuale non è, si può dire che la cosa virtuale diviene invero molto concreta negli effetti sociali, dando risultati e conseguenze reali.

Ci si affanna a replicare nella dimensione virtuale tutto ciò che avviene e funziona nel mondo reale, approfittando del valore aggiunto di un mezzo con scarsi vincoli fisici.   Però stentiamo ancora a renderci conto che la virtualità non significa il trasporto nel nuovo ambito, sic et simpliciter, di meccanismi e regole nati ed affinati in un contesto con precisi limiti funzionali e fisici, bensì l’ingresso in una modalità che, proprio per la sue straordinarie efficienza e potenzialità, imporrebbe la definizione di regole d’interazione differenti e più evolute rispetto a quelle cui siamo abituati.

In un 2005 che per noi lettori è ormai alle nostre spalle, in una San Francisco devastata dal Big One, Chevette Washington è una ciclista corriere in un mondo dominato dallo scambio virtuale di dati, che campa consegnando i beni e le informazioni secondo la “vecchia maniera”, per proteggerli dagli hacker.

Durante una consegna si impadronisce di un paio di occhiali LV, un particolare tipo di occhiali in grado di ricreare una realtà virtuale nella corteccia visiva di chi li sta indossando, che lei all’inizio non riesce ad usare. Molte persone sono disposte a uccidere e inseguirla per recuperarli e Chevette troverà un alleato nella sua fuga in un ex poliziotto, la cui vita è stata distrutta da un attacco hacker, ma il cammino è disseminato di pericoli.   É la trama di Luce Virtuale, di William Gibson.

Il genere letterario della fantascienza, soprattutto nella sua corrente cyberpunk, si trova particolarmente a suo agio nel trattare le implicazioni della virtualità, anche se i contesti che dipinge sono molto spesso post-apocalittici e indagano più le problematiche che le potenzialità del mondo che ci andiamo costruendo.  

Una nuova grammatica insomma, Però per il momento la gran parte delle persone balbetta e maneggia cose improvvisamente troppo grandi per le loro abitudini e capacità.   Ma impareranno.

Potrà sembrare banale, ma la frequentazione della dimensione virtuale fa emergere un’ambiguità sottintesa e meno esplorata di quanto meriterebbe. Ciò che è virtuale è anche vero? E se sì, in che modo lo è?

Dunque per il prossimo post non posso che affrontare un’altra parola: Realtà.

 

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6 Risposte

  1. Gianfranco Personé

    Grazie Roberto per questa tua seconda “perla” che – come giustamente hai detto alla fine – è strettamente legata alla parola “reale” più di quanto si possa pensare. Sicuramente “virtuale” deriva dal “virtualis” (latino medievale), proveniente dal più noto “vis”o “virtus” (forza, vigore, potenza) adoperato per indicare ciò che esiste solo in potenza e non di fatto quindi possibile. “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa” (Albert Einstein).
    Pierre Lévy è il filosofo francese che più di tutti ha basato i suoi studi sul concetto di “virtuale”. Nella presentazione del suo libro sull’argomento, che l’editore fa in quarta pagina di copertina, viene detto: “L’astratto di oggi sarà il concreto di domani. Questo è il senso del processo di virtualizzazione che accompagna sin dagli inizi l’avventura storica del genere umano” [ … ] insegna come il virtuale sia il germe di un diverso modo di essere del reale e, come tale, non sempre costituisca una fuga dalla realtà, ma un potenziamento di questa”.
    Giustamente Lévy sposta l’attenzione dalla contrapposizione reale/virtuale (possibile/impossibile o vero/falso) alla contrapposizione attuale/virtuale. La virtualizzazione è questo processo di trasformazione congenito nell’uomo e nelle cose che lui crea: è un cambio di identità.
    Premesso ciò e non volendo affatto demonizzare un termine, che anzi trovo imprescindibile al mondo attuale, concordo con chi sostiene che tutto il mondo dei social e anche il nostro dialogare – incontrandoci virtualmente in questo splendido sito -, farebbero parte del virtuale. Personalmente ritengo sia solo un prolungamento della mia identità reale tramite un mezzo “digitale”. Però non posso non soffermarmi brevemente sull’idea dell’aggettivo “virtuale” quando segue dei sostantivi come “economia” o “finanza”. Sull’onda di questo presupposto, come non collegare i fatti, di ieri o di oggi, che riempiono i quotidiani e i notiziari delle radio e televisioni?!
    Qual è la ricchezza veramente perduta quando “scoppiano” le bolle finanziarie per aver in modo artificiale gonfiato le aspettative di crescita e di profitti in determinati settori dell’economia? Quanti milioni di capitali si sono volatilizzati? Quali sono i giochi speculativi di pochi che manovrano nell’ombra puntando sulla paura o sull’entusiasmo? Cos’è che viene ipotecato quando le risorse utilizzabili per gli investimenti vengono dirette verso speculazioni virtuali e scommesse finanziarie, anziché trovare risposte alternative agli effetti minacciosi del modello economico che ha condizionato il mondo finora e che continua a dominarlo intossicandolo e minacciando gli stessi presupposti del suo funzionamento?
    Per essere chiari le alternative dovrebbe essere sociali, tecnologiche, individuate nella ricerca, nella ridistribuzione, nell’occupazione, nell’istruzione, nel risparmio, nell’ambiente, ecc..
    L’unica risposta a questa serie di domande, quindi, è che l’oggetto di sfruttamento da cui estrae profitto questa economia è tanto virtuale quanto reale, ed è il “futuro”. Le nostre possibilità di futuro e, soprattutto, la sua qualità; quindi, il processo di cambiamento, la trasformazione dell’attuale senza un segno eticamente valido, perde la sua potenziale “vis” o “virtus” mutandola in “fragilĭtas “ o, a piacimento, “imbecillĭtas “, “infirmĭtas”, sempre tutto molto reale.

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    • Roberto Rizzardi

      Un commento assai ricco il tuo Gianfranco, e così ampio e completo da non necessitare di alcuna risposta, però approfitto della situazione per sottolineare uno dei punti che affronti.
      “Qual è la ricchezza veramente perduta quando “scoppiano” le bolle finanziarie per aver in modo artificiale gonfiato le aspettative di crescita e di profitti in determinati settori dell’economia?” ti chiedi, e io non posso fare a meno di pensare che il trader che “smanetta” in borsa parla di guadagni, capitali e perdite che rimangono “virtuali” e ineffettivi, fino al momento nel quale quelle contrattazioni non vengono effettivamente contabilizzate.
      Solo allora i capitali, creati o distrutti, smettono di essere potenza per divenire effettività. Solo allora l’intangibile prende consistenza e lo fa a dispetto della sua plausibilità, facendo divenire il sogno, o l’incubo, qualcosa con cui fare i conti.
      Il distacco tra ciò che è e ciò che si immagina diventa un affare sempre più costoso.

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  2. Paola Cinti

    Una bella sfida quella di approfondire una parola così complessa che, come giustamente fa notare Gianfranco, può cambiare di segno a seconda delle parole, concetti o situazioni a cui viene associata.
    Però io credo che spesso venga utilizzata in maniera impropria, quindi una ricerca in tal senso è veramente necessaria 🙂

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    • Roberto Rizzardi

      Il senso di questa rubrica è proprio quello di darsi la possibilità di fermarsi un attimo a riflettere sul senso ed il peso delle parole, come tu sai bene dato che sei la mia “istigatrice”.
      Qui non si vuole convincere nessuno e non ci sono tesi da dimostrare. Questi minuscoli articoli sono piccoli foglietti con annotazioni, abbandonati su di un tavolo virtuale, appunto, in attesa di curiosi di passaggio che vi lancino un’occhiata e che si lascino coinvolgere.
      E siccome non devo dimostrare nulla, anche le critiche che potrebbero attirare sono benefiche e mi lascerebbero soddisfatto di aver coinvolto qualcuno nel gioco.

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    • Gianfranco Personé

      Sicuramente Paola, in moltissimi casi sarebbe più opportuno dire “digital” al posto di “virtual”; forse non è una coincidenza che nel tuo sito c’è una voce “Digital blog”. I social, Facebook in testa, dovrebbero essere frequentati da persone reali che si presentano e partecipano come nella vita reale; ma come nella vita reale (o forse un po’ di più) ci sono quelli che si presentano sotto mentite spoglie. Questo fa si che il termine “virtuale” in qualche modo li deresponsabilizza. Le persone pensano (errando) tanto è virtuale, è per finta, è un gioco, con tutte le conseguenze annesse e connesse. Certamente i giochi virtuali, se intesi come giochi di simulazione di guerra o di vita virtuale, con tanto di “Avatar” (dove nascondersi), rientrano forse meglio in questa terminologia; in altri contesti digitali anche il semplice “nickname” può rientrare in questo contesto, virtuale=falso. Certamente hai ragione, la parola è altamente abusata e andrebbe fatta chiarezza attraverso un’analisi approfondita caso per caso.

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  3. Paola Cinti

    Infatti la differenza, e spesso la confusione, sta in questo. La realtà digitale è la stessa che viviamo ma rappresentata in un luogo che non è fisicamente quello della realtà e in questo caso la non perfetta aderenza con quest’ultima può essere una “licenza” oppure una mistificazione. La realtà virtuale invece non esiste pur avendo alcune attinenze con il mondo reale e possiamo definirlo un universo parallelo.
    Al di là di questo ci sono visioni ancora più complesse come quella della fantasia e, in senso negativo, della fantasticheria.
    Forse le differenze tra diverse parole si misurano attraverso la distanza dal mondo reale.

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