Quanto incide il fattore tempo se vogliamo creare contenuti? Un tema proposto nel precedente post dove il team ha già dato prova di essere “sfidante” quindi direi che vale la pena seguirlo…le idee sono molte e dobbiamo pur cominciare da un punto.

 

Le idee sono molte e anche la consapevolezza che comunicare oggi fa la differenza, ma non c’è tempo oppure è troppo poco per dare seguito alle nostre buone intenzioni.

Il tempo – lo sappiamo tutti – ha due dimensioni. La prima che definirei “reale”, si manifesta nel suo inesorabile scorrere e, proprio in quanto tale, non può essere considerata una variabile su cui intervenire. Materialmente il tempo che abbiamo giornalmente è sempre uguale sia nel suo andamento ciclico, che nel suo offrirsi in modo uguale per tutti.
C’è un’altra dimensione invece sulla quale c’è molto da dire, una dimensione che definirei di “rapporto con il tempo” che invece è sempre diversa, di momento in momento e da persona a persona. Ma sono costretta a tralasciare per un attimo il discorso poetico che, seppure affascinante, non risponde alla domanda di questo post.

Penso che una parte della gestione del nostro tempo abbia una forte legame con il criterio di “rilevanza”, che ci induce a dare la precedenza a tutto ciò che consideriamo “importante”. E qui scontiamo un pensiero diffuso sul web che a tutti gli effetti può trasformarsi in “resistenza”. Come ho avuto modo di raccontare nel post sui “tardivi digitali” questo continua ad essere un paese che, pur amando la tecnologia, ha ancora poca dimestichezza con la sua polpa, a partire dall’idea che ne ha…

Le aziende considerano il tempo passato sui social network come “tempo libero” che nulla ha a che fare con il lavoro e non troppo raramente viene considerato un gioco, un passatempo, una forma di socializzazione un po’ strana, anomala, non “vera”… un tempo spesso associato alla malattia e alla dipendenza. Diventa così difficile a volte valutare positivamente il tempo trascorso sul/per il web che per molti diventa quasi assurdo doverlo pagare, e chi fa questo lavoro sa di cosa parlo. Insomma il nostro bel paese sembra farsi sempre un po’ il vanto nel non essere innovativo, salvo poi ovviamente viverci nel mezzo e doverne accettare le regole e le conseguenze, passivamente.

Anche i siti godono di una “fama” poco chiara. E’ ovviamente quasi d’obbligo averne uno, ma se provi a chiedere perché… arrivano i guai. Che sia un po’ come i vecchi fax? O la carta intestata? Oppure che sia in fondo una piccola brochure ma virtuale? Ecco… appunto… niente di tutto ciò. Un sito web oggi è fondamentalmente contenuto, così come lo sono in realtà tutti i social network… non piattaforme fantascientifiche, ma velocissime autostrade dove ognuno di noi scrive infinite storie.
Anche i linguaggi con cui sono creati, così come la loro struttura, non possiamo definirli solo come tecnica, ma come parti del linguaggio con cui comunichiamo ed in quanto tali sempre mobili ed in evoluzione…

Comprenderne oggi la “rilevanza” è quasi un obbligo, così come saper coniugare un verbo, e una volta accettata questa come semplice realtà… direi che il tempo si trova più facilmente.

 

Se ti è piaciuto, condividilo...

6 Risposte

  1. Gianfranco Personé

    Mi sono preso un po’ di “tempo” per cogliere più sfumature sul “fattore tempo”. La parte poetica del tempo volutamente tralasciata da te Paola, per me rimane la migliore e riscoprirla forse non sarebbe male, perché certamente il contadino, consciamente o pure no, in qualche modo la viveva. Egli sapeva gestire il tempo, sia meteorologico sia del susseguirsi delle stagioni cui abbinava le operazioni necessarie; ma anche nell’arco della sua giornata sapeva rispettare scadenze, emergenze e soprattutto priorità. Con l’avvento della rivoluzione industriale il tempo ha assunto solo il valore quantitativo fino a scaturire in una forma così detta scientifica ovvero “tempi e metodi di lavoro” a cura dell’ ingegnere Frederick Taylor. Quei tempi che, a dispetto di tutto e di tutti – come Marchionne ci continua a propinare -, sono l’emblema del conflitto tra il lavoratore e l’organizzazione; la difesa dallo sfruttamento da una parte e l’incremento della produttività dall’altra e senza mai fermarsi a chiedersi il perché. Certo il tempo rimane la risorsa più critica all’interno di una qualsiasi organizzazione, ma di per sé è molto democratico perché, in fondo è uguale per tutti. Il tempo, ai miei tempi ( quando ancora lavoravo), veniva definito come la variabile competitiva. Si usava dire che la dove tecnologia, prodotti, processi, costi, qualità fossero divenuti eguali tra diversi competitori , solo il tempo di risposta sarebbe stato l’ultimo e vero fattore di competizione (detto nell’ambiente bancario fa ridere, ma se pensiamo alle amministrazioni pubbliche). La cosa importante da sottolineare è che la diminuzione del tempo in un qualsiasi processo di produzione abbassa i costi perché elimina sprechi . Il tempo è anche valore. Le risposte che i nostri politici e governanti non danno nei tempi attesi , infatti è disvalore. E quale valore per i tempi della giustizia? Se una sentenza è procrastinata nel tempo , è comunque iniqua perché per lungo tempo non ha reso giustizia a chi sta dalla parte della ragione (ammesso e non concesso che in Italia si faccia una pseudo giustizia anche a distanza di anni). Poi certamente il costo del lavoro nei paesi industrializzati è necessariamente più alto che in quelli in via di sviluppo, ma l’economia progredisce se sappiamo ridurre gli sprechi di tempo. Penso al terremoto dell’Aquila e ai suoi abitanti e alle sue case ancora distrutte e poi ricordo di aver letto che in Giappone dopo 15 giorni dallo tsunami erano state perfettamente ripristinate tutte le strade e autostrade. La verità è che nelle organizzazioni in generale, in Italia in particolare, c’è la tendenza a sprecare il tempo, sia sul piano delle relazioni interpersonali, che portano a logoranti scambi non mirati al risultato, sia ad una perenne “emergenza” cui si dedica molto tempo per porre riparo a “fermate” organizzative che, con più cura, potevano e dovevano essere evitate. Anche da questo punto di vista il terremoto dell’Emilia con i suoi capannoni è emblematico.
    Ma sto divagando. Concordo con te Paola sulla non capacità di possedere la lingua e quindi di non saper coniugare i verbi , ma qui mi sembra, purtroppo, che bisogna partire dall’abbecedario. Ma poi, mi chiedo, la rilevanza è proprio l’unico criterio che si adotta per gestire il tempo?
    Il tempo necessario per fare una cosa spesso non è proporzionale all’importanza o alla complessità della cosa stessa, ma è uguale a tutto il tempo che abbiamo a disposizione per farla. Ciascuno di noi tende a lavorare in “economia” dedicando tempo a livello basso delle nostre competenze e delle responsabilità connesse al nostro ruolo, in altre parole siamo poco professionali. Poi il tempo, per definizione, non è gestibile, lo sono invece le attività che noi mettiamo all’interno di esso. Ma la pianificazione spesso non sappiamo cosa sia e un software per gestire un time planning ancora meno. La nostra frase abituale: “…non ho tempo…” , serve a nascondere la verità che “ non ho tempo in quanto ho deciso di impiegare il mio tempo, per definizione limitato, in altre attività”. Perché mi fa comodo, sono più facili, le conosco e non mi stressano, ecc. Ciascuno di noi decide nella sua vita quanto tempo dedicare ai suoi diversi impegni ed interessi, pubblici o privati che siano (compreso web e social network). Analogamente le aziende decidono quanta attenzione dedicare al prodotto, al cliente, all’efficienza, alla qualità, alla formazione o alla ricerca, … ai contenuti del sito web, ecc.. I criteri che si mettono in campo con il fattore tempo sono diversi: 1) Priorità: ovvero fare o non fare e il loro impatto sui risultati. 2) Urgenza: ossia scadenza o emergenza/drammaticità del problema. 3) Importanza del richiedente: ovvero la forza del potere. 4) Semplicità: le cose più rutinarie sono affrontate per prime, l’innovazione può aspettare. 5) Gradimento: ossia faccio le cose che più mi piacciono. 6) Competenza: ovvero le cose che padroneggio e sono abituato a fare. Quindi siamo soliti nasconderci dietro un dito dicendo che vorremo fare le cose più importanti, ma non abbiamo tempo perché c’è la routine di tutti i giorni che ce lo impedisce . Infine, tutti noi abbiamo subito quelle inutili riunioni dispersive e inconcludenti. In cui si perde tempo. Manca il metodo, e soprattutto la scarsa attitudine a lavorare e decidere in gruppo. Effettivamente il tempo dei processi decisionali è un’altra misura dell’efficacia organizzativa. Per decidere l’erogazione di un credito molti anni fa – in banca -, ci volevano mesi, più di recente solo due o tre settimane, ultimamente non lo danno per niente o lo danno in due ore a chi non dovrebbero. Non c’è quindi corrispondenza tra tempo delle decisioni e qualità delle stesse.
    Credo di aver messo molto carne al fuoco ma mi sono preso il giusto tempo per farlo.
    E si cara Paola “il presente è per sempre” perché come dice il Dalai Lama “Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere.“
    Ma perché ho sviscerato tutto questo, forse sarà stata la mia esperienza di formatore, ma il tempo ho dovuto -mio malgrado -, imparare a gestirlo.

    Rispondi
    • Paola Cinti

      Rileggendo il mio post e il tuo commento mi verrebbe da riscrivere tutto… questo rapporto con il tempo è veramente una cosa complessa. Come se raccontasse qualcosa di più di se stesso. Forse non è solo una questione di priorità o importanza, di gestione efficace o meno… pensando a noi mi viene da dire che è il rapporto con il “tempo presente” che acquista la sua valenza in quanto rapporto con la realtà per quella che è. E ogni sua distorsione sembra voler/poter essere pericolosa proprio perchè rappresenta una perdita di aderenza con le persone e la realtà che creano/vivono, come dici tu per esempio sui tempi della giustizia.
      Mi sembra che oggi ci siano persone/aziende integrate con il tempo presente (per tornare all’oggetto del post) e altre che fanno resistenza. Di una cosa sono sicura, però, questo tempo presente c’è a prescindere dalla capacità di alcuni di viverlo e, forse, arrendersi a questa evidenza potrebbe abbattere molte resistenze.

      Rispondi
      • Gianfranco Personé

        Paola non c’è nulla da riscrivere. Da parte mia c’è solo da dire grazie per i tuoi post sempre provocatori che stimolano sempre la conversazione.

  2. Silvia Loi

    Ciao Paola,
    mi ero ripromessa di venire a visitarti per leggere i tuoi post sui contenuti e finalmente ho trovato il tempo , per stare in argomento.Contribuisco con pochi pensieri forse ovvi ma per me essenziali: il tempo è l’unica cosa che non ritorna e pertanto è cosi prezioso che va speso al meglio, ciò non significa contabilizzare sempre e necessariamente i minuti e i secondi perchè talvolta prendersi il tempo necessario ti fa risparmiare tempo, con i miei amici irlandesi siamo soliti dire “Take your time and it will take the least.” 🙂 Buona settimana

    Rispondi
    • Paola Cinti

      Ciao Silvia, concordo in pieno… infatti penso sempre con fastidio al modo di dire “spendere il tempo” che io invece penso vada vissuto e gustato, possibilmente scegliendo sempre come…
      grazie per esserci!

      Rispondi
      • Silvia Loi

        Grazie a te! Rimango sintonizzata per i prossimi posts di “The content is king” 🙂

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata