Stiamo seguendo ancora il filo dei nostri pensieri e alcune considerazioni un po’ sconcertanti ci hanno condotti su un terreno impervio. La solidità delle percezioni, cui tanto aneliamo, si rivela illusoria. Stringiamo la mano e afferriamo solo un ricciolo di nebbia.

E’ ciò che avviene con “Relativo”, che è una parola importante perché sorregge il concetto di connessione, ma anche, proditoriamente, ambigue e presunte incongruenze o impossibilità, nonché abili svicolamenti da conclusioni sgradite, perché si sa, tutto può opportunamente essere Relativo.

 

Relativo (agg.)

  • Che ha significato, valore, in riferimento a un altro termine con cui è in relazione; che è parte di una relazione: il prezzo delle mele è r. all’andamento della stagione; il suo comportamento è r. alla gente che frequenta
  • Che non è assoluto, che è limitato, ma deve essere valutato in rapporto a una condizione di carattere generale: un periodo di relativa felicità; i contadini godevano di un’indipendenza relativa
  • Che si riferisce, che è attinente a qualcosa: presentare i certificati relativi agli studi svolti
  • Scientifico: di fenomeni e grandezze, considerati non secondo il loro valore assoluto, ma in relazione ad altri.

Con Relativo, banalmente, si identifica il collegamento relazionale e funzionale tra entità differenti; il presupposto necessario alla costruzione di relazioni e ponti, effettivi non meno che emotivi, tra esperienze e persone.

 

Una dozzina di complimenti falsi
si sopporta meglio di un solo rimprovero sincero.
(Mark Twain)

Quando le persone entrano in relazione si concretizza il medium imprescindibile, grazie al quale si può giungere a riconoscere e apprezzare i legami che consentono l’arricchimento cognitivo e la presa di coscienza di potenzialità prima sconosciute.

L’utilizzo preferenziale della parola è però quello, meno positivo, alla cui ombra vengono costruiti dispositivi negazionisti “a prescindere”, che pretenderebbero di circostanziare cautele le quali nascondono, in realtà, l’ossificazione di idee preconcette e non negoziabili.

Un esempio su tutti è il cosiddetto “relativismo etico”, utilizzato dalla Chiesa quale anatema per soffocare sul nascere dissertazioni di fronte alle quali il castello di dogmi e assiomi, per nulla relativo, che regge la dottrina, faticherebbe molto a giustificarsi.

Non è un caso che nel paese dei campanili il numero di avvocati sia il triplo della media UE. Il dato denuncia con grande evidenza la nostra propensione alla costruzione di “quadri giustificativi” la cui validità discende dallo sguardo “relativo” e dalla negoziabilità di principi e valori.

Vitangelo Moscarda è un uomo sulla trentina. Un giorno sua moglie gli indica casualmente un particolare del suo aspetto, di cui prende improvvisa consapevolezza. Questo fatto, in sé banale, diventa l’innesco di un percorso introspettivo grazie al quale,progressivamente, si rende conto di non essere, per gli altri, quello che lui ritiene essere.

Pirandello scrive “Uno, nessuno e centomila” dopo una lunga gestazione e nel titolo del romanzo vi è la chiave di lettura per comprenderlo. Il protagonista infatti passa dal considerarsi una identità univoca (Uno, appunto) a comprendere che egli finisce con l’annullarsi (Nessuno), in conseguenza del moltiplicarsi dei diversi se stesso che gli altri gli attribuiscono (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo.

Ben lontani dal metodo scientifico, che cerca relazioni per costruire modelli descrittivi affidabili e verificabili, molti preferiscono postulare molteplici “soluzioni”, tutte opportunamente equipollenti e subalterne ad assunti mobili e contingenti, la cui validità non risulta mai essere definitiva, ma piuttosto ad assetto variabile, “relativo” appunto, e senza alcuna urgenza di verifiche che possano dirimere questa vaghezza.

Questa considerazione indirizza i miei passi e seguendo “filo dei miei pensieri” non posso che muovermi verso quella qualità la cui mancanza consente l’insorgere di certe furbizie: il Rigore.

 

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4 Risposte

  1. Gianfranco Personé

    Ancora una volta provo a seguire il filo dei tuoi pensieri Roberto, ci siamo lasciati con la parola “Realtà” cui ho provato a dare un’accezione personale e poetica, tanto è complessa da non riuscire a delimitarla. Non meno sfidante e affascinante è la parola “Relativo” che è un’altra perla da infilare nella tua collana di parole da rimirare. Parto dal tuo assunto finale il metodo scientifico che ci traghetterà al lemma “Rigore” per sviscerare un mio lungo e tortuoso pensiero di “Relativo”.
    Il mio discorso parte dai mie studi di scienze sociali che, molto più di altre scienze, mettono in risalto l’illusione della «neutralità» della scienza, in quanto c’è un problema fondamentale di ordine metodologico, ovvero una visione «oggettiva» della realtà.
    Come si può essere oggettivi e far conciliare il reperimento dei fatti e le relazioni causali tra i fatti, senza tener conto dei preconcetti e condizionamenti di varia natura? Appunto, il primo condizionamento è il contesto sociale, economico, politico, culturale dove lavora, vive e opera (occidente/oriente, nord/sud, ecc.) il ricercatore o lo studioso; a seguire ci sono: i suoi preconcetti con annesse valutazioni politiche e morali; il ruolo giocato dalle passate generazioni e tutto ciò che è stato elaborato sul suo campo di indagine e di studio; e ancora la sua stessa personalità, modellata non solo dalle tradizioni e dall’ambiente, ma anche dal suo carattere, dalle sue inclinazioni e dalla sua storia personale e familiare; infine è da considerare che il mero fatto di volere comprendere la società la cambia semplicemente osservandola, che sia voluto oppure no.
    Gli unici strumenti logici che mettono “relativamente” a riparo da tutti questi condizionamenti e preconcetti, per la sociologia della scienza (e degli scienziati) sono quelli di assumere piena consapevolezza delle valutazioni che di fatto intervengono ad orientare la ricerca tanto teorica (causa ed effetto) quanto pratica (mezzi e fini). Analizzare dettagliatamente sotto il profilo della pertinenza, significanza e operatività la società che è oggetto di esame, non è attuabile correttamente se non si esplicitano altrettante doverose premesse di valore, specifiche della ricerca ma anche personali.
    In altri termini “onestà intellettuale” per non nascondere chi siamo, da dove partiamo e dove vorremmo arrivare.
    Se spostiamo tutto questo un gradino più basso nella nostra vita quotidiana, fatta di notizie, informazioni e comunicazione a vario titolo, il campo del “relativo” si amplifica in modo esponenziale. Oggi nel dibattito politico non si avverte più forte e distinta, la tendenza a tracciare confini netti, profondi, in un mondo che li ha perduti. È difficile riaffermare un pensiero assoluto in tempi tanto complessi e relativi. Caduto il muro di Berlino, si è dissolto il socialismo reale e a breve sarebbe caduta la Prima Repubblica, ma dopo l’entusiasmo iniziale, sembra essere subentrato un clima di disorientamento che ha mischiato e distrutto le ideologie salvandone solo una: il denaro.
    Siamo confusi, spesso ci vorremmo irrigidire in un’impossibile assolutezza e invece ci dissolviamo in un confuso relativismo, ma forse dovremmo semplicemente disporci ad individuare alcune possibili “prospettive” di verità in questo “sincretismo” invadente. Più semplicemente, dovremmo ricercare ragioni convincenti per il multiculturalismo e il pluralismo delle posizioni: più punti in comune che non divergenze. Ci dovremmo aggrappare a un discorso di etica e alla sua conseguente applicazione per quanto concerne il lavoro, l’economia, la politica, la comunicazione e lo stesso metodo scientifico. In realtà abbiamo fatto finta di non vedere lo sfruttamento che l’occidente ha continuato a perpetuare su popoli sottosviluppati o in via di sviluppo, attraverso una globalizzazione e con uno sviluppo tecnico e commerciale apparentemente irrefrenabile, che a suo volta ha causato ulteriore sfruttamento e desiderio di controllo di territori ricchi di materie prime ma deboli, contribuendo a un’ulteriore loro destabilizzazione. C’è stato poi l’attentato alle Torri Gemelle, il cui crollo ha avuto lo stesso effetto del muro di Berlino, ma al contrario. Questo fatto ha aperto nuove lacerazioni, incoraggiando la tentazione di rialzare nuove barriere in un mondo che pensava di averle superate. La frattura fra Occidente e Islam, lo scoppio della crisi economica e le migrazioni di enormi masse di persone spinte dalla disperazione e dalle guerre hanno fatto il resto. Tutto ciò ha dato il via alla costruzione di nuovi muri in un’Europa, unita solo da una moneta e da trattati stilati da banche e finanza, ma non dai popoli e dai loro rappresentanti. Fratture antiche, mai sanate riemergono in tutta la loro forza. C’è un forte contrasto tra un concetto, l’ Occidente geopolitico, definito sulla base di principi storici e modelli istituzionali variabili, e un’entità religiosa e culturale, l’Islam, impossibile da identificare con un’ area (l’Oriente, piuttosto che il Sud) o con un modello di Stato e di sistema politico. Questa contrapposizione è inverosimile da proporre, a meno di non includere l’Occidente nel fondamento cristiano – se non cattolico – piuttosto che nella cultura laica. A questo punto l’America è diventata, dopo la caduta del muro, l’unico custode e il garante degli equilibri mondiali. A causa di ciò, il sentimento antiamericano aleggia non solo nei paesi arabi, ma anche in molti altri paesi. Forse trent’anni fa in Italia, ci siamo illusi di poter riformare e ricostruire su basi nuove, attraverso il dialogo, la condivisione di valori, impostando le alternative politiche su progetti piuttosto che su ideologie, promuovendo un consenso consapevole piuttosto che altre fedeltà “religiose”, ma la fine delle divisioni tradizionali ha spinto gli attori politici (berlusconiani più che il solo Berlusconi) a reinventarne di nuove. Invece di fornire alla società nuove bussole, nuovi punti cardinali, si è sviluppato il “relativismo” politico e culturale. Un caso isolato e solo italiano, o è stato in parte il peccato capitale dell’Occidente in declino? Non è sempre facile orientarsi, ricorrendo a bussole che pretendono di scindere nettamente alternative spesso incommensurabili. L’ Occidente e l’ Islam, l’America e il terrorismo, il global e il no-global, sicurezza e libertà, ecc. Non è un problema di equidistanza che si pone, ma è difficile affrontare queste alternative (alcune in particolare), accettando il primato e la funzionalità del pensiero assoluto, infatti di assoluta c’è solo la confusione. Che alternative ha chi è o si sente occidentale, ne condivide i valori, i principi, le istituzioni, non ha incertezze sulla lotta dura al terrorismo, e – al tempo stesso – , crede nel dialogo aperto fra culture e nella democrazia? Che alternative ha chi pensa che l’Islam sia una realtà complessa, in mutamento e non sia destinato a produrre “mostri” e fondamentalismi, anche se questi di fatto esistono? Che alternative ha chi considera l’America, da sempre, uno stabile riferimento per la democrazia, cui l’Europa e l’Italia debbono molto, ma vorrebbe, comunque, un’Europa più forte, autonoma, capace di diventare soggetto attivo, sul piano geopolitico e culturale? Che alternative ha chi non vede nella globalizzazione solo i rischi, ma anche le opportunità, per allargare la distribuzione di conoscenze e risorse? Che alternative ha chi non si sente renziano, grillino, berlusconiano o leghista? Ho paura che di fronte ad alternative così schematiche molte persone si pongano in modo assolutamente relativo, senza per questo sentirsi relativisti. Ben altro è chi invece sfrutta il relativismo culturale a suo uso e consumo.

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    • Roberto Rizzardi

      Che bel commento Gianfranco, e quanto ricco. Io credo che realizzare un equilibrio soddisfacente tra i propri condizionamenti e la “constatazione” della realtà non sia mai stato facile. Molti sono i fattori che influiscono, e tu li hai elencati puntualmente.
      Noi non possiamo che arrivare ad una comprensione non definitiva di ciò che analizziamo, ma non mi risolvo a definirla relativa, o meglio riservo questa qualità alla comprensione spuria che lo sguardo interessato e “intellettualmente disonesto” (un altro elemento da te giustamente chiamato in causa) costruisce per sostanziare gli alibi morali che giustificano il proprio tornaconto.
      No, io preferisco definire questa comprensione, onesta ma forzatamente orientata, come “approssimata”, ovvero non assoluta, drogata da interferenze sociali, percettive e culturali però onorevole e ben conscia della necessità di mantenersi pronti in ogni momento ad una sua revisione, ed è una situazione scomoda, nella quale è difficile rilassarsi, e solo raramente puoi permetterti il conforto di una vasta compagnia.
      In altri tempi, quando le ideologie erano plurime e scolpite con l’accetta, ti veniva offerto un succedaneo di comprensione, cosa che, tendenzialmente, ora è offerta dalla sola religione. La complessità delle cose veniva riferita a complessi analitici prestrutturati, ove le certezze superavano i dubbi e la panoplia di tesi preconfezionate ti assicurava una arsenale di risposte, al prezzo di una certa stolida acriticità.
      Ma ovviamente non si trattava di comprensione, configurandosi più come un condizionamento, e anche allora chi rifiutava le scorciatoie soffriva le pene sue, esposto agli attacchi concentrici e bilaterali delle opposte “tifoserie”. Accusato di ogni nefandezza e di tradimenti non redimibili, veniva facilmente messo all’indice e additato quale persona inaffidabile.
      Ma se si hanno a cuore onestà e coerenza, la soluzione, allora come ora e come sempre, sta nella parola che affronterò con il prossimo articolo, ovvero “rigore”. Solo questo scomodissimo compagno di viaggio, infatti, può condurti tra le secche del relativismo e verso il mare, aperto ma tempestoso, della comprensione migliore che il tuo intelletto ti concede.

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  2. Paola Cinti

    Grazie Roberto, trovo che scegliere la parola “relativo” dopo “realtà” sia stato un colpo di genio. La parola relativo ha due dimensioni fondamentali che rispondono all’indefinitezza della parola realtà: la dimensione di rapporto e quella di ricerca.
    Come se alla fine di ogni nostro ragionamento non ci fosse una méta definitiva con una risposta assoluta, ma il viaggio, dove il rapporto e la ricerca sono le uniche due costanti.
    Questo tuo lavoro a me sta dicendo proprio questo e lo trovo affascinante.

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    • Roberto Rizzardi

      Genio non so, ma mi sembrava logico. Viene facile pensare che lo scopo ultimo di ogni percorso umano debba essere il conseguimento di qualcosa di definitivo, ma è una suggestione, una pretesa in realtà. Quando si verifica qualcosa del genere, ciò significa che la mutevolezza della realtà ci ha spaventati abbastanza da farci rifugiare in una confortevole fissità che ci assolve dal compito, talvolta tormentoso, di dirimere contraddizioni più grosse di noi. Si tratta di una pulsione potente, che i campioni del pensiero unico e del controllo sociale sfruttano spesso con grande perizia.
      Però, come dicevo, è una pretesa. Neanche la scienza, con la sua dimensione tendenzialmente oggettiva e verificabile, può aspirare all’approdo definitivo.
      Alla fine dell’ottocento, l’opinione prevalente nel mondo della fisica classica era che si fossero raggiunti i limiti del sapere e che non restasse che affinare i decimali.
      Nello stesso momento nel quale si consumava questo peccato di superbia, la teoria della relatività e lo sconvolgente “mondo” quantistico rovesciavano il tavolo e affermavano a gran voce la mutevolezza e l’ineffabilità dei principi più reconditi del sapere.
      Dunque nessuna risposta assoluta, ma grande attenzione a coerenza e onestà intellettuale, perché ovviamente tutto è “relativo” 🙂 ma non necessariamente “aggiustabile” a proprio vantaggio.

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